il mio racconto, le risposte di chi ha risposto a questa mia domanda, le mie emozioni
http://www.odysseo.it/se-ti-dico-felicita-cosa-mi-dici/
giovedì 31 luglio 2014
giovedì 17 luglio 2014
La misura, per fortuna, non è colma
So che posso provare un amore grande.
Quando ho sentito tutto quell'amore ho capito che era dentro di me e che ero capace di provarlo perché ero capace di contenerlo, vederlo, viverlo. Era mio.
Non so come spiegarlo.
Il fatto è che dopo tanto tempo ho capito che non dipendeva da chi incontravo o almeno non solo da loro.
Se uno possiede cinque chili di farina produrrà, più o meno, cinque chili di pane grazie al lievito che è il dono che ci fa l'altro quando riusciamo a vederlo davvero per quello che è.
Pensavo che la mia misura potesse contenere solo cinque chili di farina e invece ne contiene molti molti di più.
So che posso provare un amore grande; so che posso provare un amore ancor più grande.
La misura non è rigida, se riscaldata si dilata.
da Misurarsi di Nunzia Barrai
mercoledì 28 maggio 2014
I sei personaggi ne "La prima cena"
E se la domanda fosse cosa immagini essere il mondo del teatro, la risposta non avrebbe nulla a che fare con l' immaginazione ma con l'incontro.
Questo, esattamente questo, è ciò che è stato.
Ho incontrato il teatro in scena; ho incontrato il Teatrino dei Fondi.
La prima cena, testo di Michele Santeramo, regia di Michele Sinisi e sei persone, sei anime, sei attori.
Il teatro arriva in platea. Una scelta coraggiosa e assoluta. Lo spazio per gli attori è ridotto all'osso ed è come stare lì. Finalmente sono in palcoscenico. Un unico spazio per tutti.
Un unico spazio fisico ed emotivo come magistralmente riescono le parole di Santeramo che la Dimaggio, a ragione, definisce partitura.
Sono sei personaggi specifici e per questo universali. Ne riconosci le caratteristiche diverse e ti riconosci.
Sei monadi costrette nella condivisione di uno spazio interno ed esterno e ciò che sarebbe potuto essere e la bugia della luna ad illuminare. Bolle di sapone che durano un istante e si dissolvono nel nulla lasciandone il ricordo.
Tre fratelli, i loro coniugi, l'esperienza familiare che modifica e forma inesorabilmente e poi un lutto, quello del padre, li porta nella casa natale per l'eredità da dividersi. Uno spazio, come detto, ridotto nella costrizione della condivisione e nei gesti controllati. Il rimando alla guerra, ai tumulti dell'anima, alle parole che non comunicano e agli oggetti - i soldi - come unico dato rilevante. L' assenza della catarsi in scena e in platea che costringe a riflettere e a cercare altrove per ricominciare nel mondo con colori nuovi.
Una regia attenta e capillare. Uno stare in scena profondo e contenuto.
Gli attori erano i personaggi, personaggi con autore, finalmente!
Questa esperienza, questo molteplice connubio nasce dal lavoro condiviso di due residenze teatrali (Teatrino dei Fondi - Teatro Minimo) e un testo inedito.
Officina S. Domenico (Andria), pomeriggio assolato è qui che creiamo il nostro scambio.
Un cerchio, metafora degli abbracci che saranno, e i racconti. Uno alla volta, ognuno con il proprio linguaggio emotivo e con il suo mondo.
Un ascolto, il mio, commosso e partecipato.
Chi sono le persone, quali personaggi vestono nella vita? Sono legata alle maschere come scelte e non coperture. Le maschere, come anticamente è stato, amplificano la voce e l'anima: questa è la personalità, di tante di esse siamo composti.
Mi ha, sin da subito, incuriosito il lavoro sugli attori fatto da Michele Sinisi.
La partenza con dei provini (veri e a quanto pare ormai rari) e il toccare le doghe del teatro senza memoria. Senza la memoria del testo e senza la memoria di sé attingendo da se stessi. Essere puri trovando nelle parole l'occasione, il mettersi a servizio, il perdere.
Gli ho chiesto questo e anche ciò che resta.
Vado con ordine sperando di dar giusto respiro.
Anna Dimaggio
nella preparazione è stata chiesta aderenza al testo, ad un testo detto e non recitato. Un isolamento in scena di micromondi. La difficoltà? Annullarsi, essere al servizio delle parole. Lavorare in sottrazione. Tenere a bada l' ego dell'attore. Cosa resta? Mi chiedo se ci sono riuscita. Ti si chiede di diventare invisibile pur essendo presente. Dalla storia resta la crudeltà del momento che viviamo. L' invividualismo.
Anna ha, nelle tante esperienze fatte, l'incontro assoluto con il Maestro Orazio Costa e il suo metodo.
Ha oggi uno sguardo diverso, un punto nuovo dal quale guardare il teatro ed è così che annuncia che questo è il suo ultimo lavoro da attrice, proseguirà ancora nella regia e nella cura della Titivillus Edizioni.
Matias Endrek
il Teatro Minimo è una filosofia di lavoro. Matias è argentino e tiene a sottolineare che in Italia il teatro è un teatro di regia. Quello di Sinisi e Santeramo è un teatro d'attore. Il teatro parte dall'attore.
Dal testo, questo testo, è difficile scappare e allora bisogna arrendersi al teatro e alla scena e lasciarsi andare. è come uno scivolo. Difficile è salirci ma una volta che sei su...
"L' uccello vola perché non pensa, se pensasse non volerebbe".
Il teatro è stare nel presente. Tutto, come nella vita, è a disposizione, basta saper guardare.
In questo lavoro ho inserito le mie esperienze personali. Ho offerto, regalato alla scena, al testo, alla regia.
Non ho mai scelto di fare l'attore, ho scelto un percorso di consapevolezza di me stesso attraverso il teatro.
Mauro Barbiero
"L'uomo dovrebbe fare della propria vita un'opera d'arte". Parte da d'Annunzio, parte da adolescente per cercare e scegliere nuove sfide.
Questo lavoro gli resta addosso. Qui non c'è spazio per l'interpretazione, o ci sei al cento per cento o non funziona e le battute vanno buttate in maniera spensierata. Devono esserci. Sono quelle risposte e quelle affermazioni che danno voce allo stato emotivo del personaggio. Un lavoro sul corpo importante. Un lavoro nella postura e nell'impossibilità del movimento.
Silvia Rubes
Mi chiedo subito come sia stato possibile. Come sia stato possibile che un' Artista, lei, abbia deciso, così, senza chiedere il "permesso" di andar via dalle scene per un po'. Da spettatrice l'ho ringraziata per essere tornata e nelle lacrime che conservavo in gola c'era un "non farlo mai più, ti prego".
Ricomincia da questo lavoro, dall'emozione del provino e dal lavoro sul testo. Non le si chiedeva di scolpire ma le si chiedeva un ritratto. Doveva imparare a disegnare per rimanere in uno stato, in un tipo di presenza a servizio di un'emozione statica.
L'inizio è stato difficile.
Resta il processo, e il gruppo che dice " ci mette di fronte a noi stessi, con calma".
Silvia Benvenuto
Nel ruolo di Flavia, il Sinisi, mi ci ha portata per i capelli. è un personaggio scomodo che ha un disagio che non riesce ad esternare in un'altalena che oscilla tra giudizio e senso di colpa.
In questo lavoro ognuno di noi ha a che fare con se stesso. Il contatto con il vivere, con le proprie fragilità e paure.
Un ritorno in scena, anche il suo, e anche qui mi chiedo come può, chi possiede un' Anima, decidere di tenerla per sé?
Alberto Ierardi
Questo lavoro è stata un'occasione per misurarmi, per mettermi a disposizione dove i miei interlocutori, gli altri in scena, hanno un'esperienza di vita più complessa della mia. Ho capito che per questo lavoro è fondamentale l'atmosfera.
I temi affrontati sono difficili. è dallo spazio che faccio partire il motore emotivo di costrizione e insofferenza che poi va rigettato in scena.
... e nel gioco delle libere associazioni, per loro il teatro è: luce, vita, casa, amore, libertà, comunità.
Per tutti il gruppo è stato un valore. Questo gruppo è un valore e andrebbe preservato.
Rosa Iacopini, assistente alla regia, ed Enrico Falaschi, direttore di produzione, fanno da collanti ad un mondo che concretizza la mia immaginazione sul teatro.
Un grazie profondo a loro e a quel connubio magico e concreto che sono Michele Sinisi e Michele Santeramo. Il loro, come hanno condiviso i ragazzi, è un teatro che ha la grandiosità di parlare a tutti.
Una partitura perfetta, senza un maestro d'orchestra non rende piacevole il suono di strumenti indispensabili.
"La musica è tra le note" W. Amadeus Mozart
Gioia Guglielmi
lunedì 14 aprile 2014
Io t'amo
Io t'amo.
Io t'amo
come è profondo l'amore che tocca,
sfiora,
riempie e non invade.
Io t'amo
perché in ogni parola che pronunciano le tue labbra
io vedo mondi nuovi.
Io t'amo
e i tuoi silenzi accompagnano la mia solitudine.
Io t'amo
e mi resta di te solo il ricordo.
Il ricordo di te
che passeggi a passi svelti
nella direzione opposta alla mia.
Ed è notte.
Non dovrei amarti?
Io t'amo
perché questo Amore mi ha ricordato che esisto
e amando te amo
profondamente
la vita che mi abita.
domenica 13 aprile 2014
Cronaca di una guerra
Sono stanca dei partiti presi e delle generalizzazioni.
Ieri per caso ho potuto cambiare il mio punto di vista. Ho potuto vedere una manifestazione seguendola da un'altra prospettiva.
Ieri Roma era una città in guerra. Vorrei usare le virgolette ma proprio non ci riesco. Guerra, la lascio così com'è.
Ho visto e avrei voluto urlare.
Avrei voluto abbracciare tutti i poliziotti, ringraziarli e chiedere scusa.
Avrei voluto rassicurarli. Avrei passato ore con loro.
Manifestare i propri diritti è necessario, è un volto della libertà.
Far in modo che tutto vada bene è un dovere di chi ha deciso di indossare una divisa.
L'abuso di potere, qualsiasi abuso di potere è una meschinità umana.
Sono arrabbiata, provo dolore e nausea.
Com'è stato possibile?
Ho percorso, prima dei manifestanti, tutte le strade che avrebbero calpestato e anche quelle che non avrebbero dovuto.
Ho osservato i volti dei poliziotti, ho visto mezzi che non avevo mai visto prima (non ne sentivo la mancanza, avrei voluto poterne fare a meno).
Celeste, celeste e nero.
Nero.
I commercianti hanno chiuso le loro attività:
chi per paura;
chi dopo un consiglio della polizia.
Ho provato ad osservare. Ad osservare e basta ma non nascondo che ero preoccupata e che ciò che vedevo non mi piaceva affatto.
Non un giudizio ma una domanda:
perché tutte quelle forze dell'ordine?
Ho ipotizzato due risposte:
visto i precedenti, devono assicurare che vada tutto bene;
esagerazione e controllo sociale.
Inizia ad arrivare una musica.
Percorro la discesa al contrario.
Il corteo è in arrivo.
Lasciavo alle mie spalle la polizia e andavo incontro ai manifestanti per percorrere un pezzo di strada con loro.
Arrivata in cima, mi sono fermata nel mezzo e immobile sono stata a guardare.
Ero mossa dall'aria di chi mi passava accanto e ho provato a guardare.
Tanti ragazzi, famiglie, immigrati, bambini e adulti.
Un uomo vestito elegante, un cappello e un sigaro in bocca.
L'odore dell'erba fumata e una canna passata tra i ragazzi, le bottiglie di birra come quelle di Coca Cola.
Una voce urlante e una musica rap arrivano da un carro che impera davanti a tutti.
E poi... arance, caschi, bottiglie in vetro, coltelli legati con nastro adesivo alle caviglie, maschere di anonimus e sciarpe girate più e più volte al collo in una giornata di sole.
Una sfilata con tanti volti.
Due ragazzi, mentre camminano lanciano, una a testa, pietre alla polizia che, ferma, immobile, chiude una strada.
I poliziotti erano immobili, fermi e anche lontani.
Stavano chiudendo una strada per contenere il flusso.
Mentre scrivo sento lo stomaco contorcersi e le lacrime bruciano.
Avrei voluto andare lì, guardarli negli occhi e dirgli "grazie" ma sapevo che non potevo, che la comunicazione in quei momenti ha colori scuri e opachi e che io ero fuori da tutto.
Lateralmente.
Ho deciso di percorrere la strada lateralmente perché sentivo che quella, esattamente quella era la mia posizione.
Volevo essere periferica perché, per dichiarare i miei diritti, non ho bisogno di pietre o bottiglie in vetro. Non ho bisogno di una maschera anonima, in plastica, che soffochi il mio essere nel mondo.
Non ho bisogno nemmeno di petardi e bombe carta.
Cercavo di correre, di essere più veloce di loro. Un mare di gente informe. "No, non voglio essere qui. Non con loro. Non così" e provavo a farmi spazio tra la gente.
Bomboletta nera che marchia a fuoco un muro "FREE PALESTINA".
Si fermano tutti per ascoltare un comizio - facciamo tutti, sempre, politica - che inneggia alla lotta, alla battaglia.
Provo a farmi spazio, è claustrofobica quella gente e poi un cordone umano a dividere.
Chiedo di passare, devo raggiungere l'altra riva, mi dicono di no.
Non so bene che sguardo ho ma dico solo un "devo".
Uno dei ragazzi alza un braccio, passo da sotto ed inizio a sentirmi libera.
Sono più spedita perché c'è meno gente. Quando sento che posso respirare ho, avanti ai miei occhi, i poliziotti schierati.
Li guardo ma vorrei abbracciarli.
Mi giro e vedo una carovana arrivare.
E' come essere in una valle ed il flusso di gente, come acqua scende alle pendici.
Fotografi, giornalisti che appuntano qualcosa.
Io sono nel momento.
Mi trattengo per alcuni minuti dietro di loro.
Vorrei proteggerli, vorrei dichiarare, con il corpo la mia posizione.
"Sono con voi, respirate! Spero vada tutto bene ma voi respirate"
Ripeto questo come un mantra.
Ho sempre un po' di magia nel mio pensiero e spero possa arrivare loro tanta energia positiva.
Ad uno di loro si sgancia una cintura, io sono alle sue spalle e vedo le sue mani nude e impacciate per cercare di agganciarla in fretta.
Devo andare perché mi aspettano e attraverso strade semi vuote e a tratti stracolme, strabordanti di un silenzio che non mi piace.
Lascio alle mie spalle uno scenario che di lì a pochi minuti sarà esattamente ciò che i telegiornali hanno trasmesso.
Gioia Guglielmi
martedì 18 marzo 2014
Farfalla bianca
E' passato molto tempo e solo oggi decido di regalare a molti questa che è una storia che mi è molto cara.
Lo faccio in linea con le energie positive che abbiamo il dovere di far circolare.
Incontrai Leda al Cottolengo durante la mia vacanza premio dopo gli esami di maturità. Fu un viaggio duro, difficile ma pieno e carico di emozioni. L'ho condiviso con la mia Amica di sempre, Francesca.
Leda era una donna anziana, aveva dei problemi cognitivi legati alla sua vecchiaia e all'abbandono. Nei suoi momenti di lucidità mi canticchiava "Gelida manina" e muoveva le sue mani esattamente come faceva quando le posava sul suo pianoforte. Ogni mattina, quando a Torino c'era il sole, eravamo in giardino ed io passeggiavo con lei, che mi teneva la mano, e giravamo tra le piante fiorite.
Una mattina, quella mattina, si soffermò a lungo accanto ad una di queste. Era molto alta, aveva fiori bianchi e mentre la guardava con silenzio passò accanto ai nostri volti una farfalla bianca. Mi guardò con i suoi occhi color cielo, mi guardò dentro e poi mi disse: "ricorda, le farfalle bianche sono le anime delle persone care che ormai sono morte, quando le incontri è perché sono venute a salutarti, a farti una carezza. Sono venute a ricordarti che ci sono".
Asciugò le mie lacrime, mi riprese la mano e andammo verso la porta del suo reparto canticchiando insieme "gelida manina".
Le dissi "grazie" e continuo a dirglielo ogni volta che la incontro in una farfalla bianca.
Lo faccio in linea con le energie positive che abbiamo il dovere di far circolare.
Incontrai Leda al Cottolengo durante la mia vacanza premio dopo gli esami di maturità. Fu un viaggio duro, difficile ma pieno e carico di emozioni. L'ho condiviso con la mia Amica di sempre, Francesca.
Leda era una donna anziana, aveva dei problemi cognitivi legati alla sua vecchiaia e all'abbandono. Nei suoi momenti di lucidità mi canticchiava "Gelida manina" e muoveva le sue mani esattamente come faceva quando le posava sul suo pianoforte. Ogni mattina, quando a Torino c'era il sole, eravamo in giardino ed io passeggiavo con lei, che mi teneva la mano, e giravamo tra le piante fiorite.
Una mattina, quella mattina, si soffermò a lungo accanto ad una di queste. Era molto alta, aveva fiori bianchi e mentre la guardava con silenzio passò accanto ai nostri volti una farfalla bianca. Mi guardò con i suoi occhi color cielo, mi guardò dentro e poi mi disse: "ricorda, le farfalle bianche sono le anime delle persone care che ormai sono morte, quando le incontri è perché sono venute a salutarti, a farti una carezza. Sono venute a ricordarti che ci sono".
Asciugò le mie lacrime, mi riprese la mano e andammo verso la porta del suo reparto canticchiando insieme "gelida manina".
Le dissi "grazie" e continuo a dirglielo ogni volta che la incontro in una farfalla bianca.
martedì 28 gennaio 2014
A servizio. Il mio sguardo su "Il Servitore di due padroni" di Antonio Latella
Il pubblico viene servito da pietanze gustose al palato ma che andrebbero meglio impiattate.
Proviamo ad andare con ordine. Non è mai facile andar con ordine, lo è ancor meno con questo lavoro: Il servitore di due padroni, regia di Antonio Latella. Difficile non nella comprensione ma nell'ordine, appunto.
Un miscuglio di cose e la sensazione di essersi trovati di fronte ad un rigurgito di pensieri, azioni e necessità emotive.
I rigurgiti emotivi sono quelli che prediligo, ma perché diventino "opera teatrale" andrebbero rimaneggiati, rielaborati. Cucinati meglio per essere presentati/abili.
Provo a fermarmi e a cercar di andare con ordine.
Ordine. Sì, ma quale?
Parto dal mio antefatto.
Ho saputo, come molti di noi, tempo fa di questo lavoro.
Ho ragionato molto sul titolo.
Ho pensato sin da subito che fosse stata una scelta di spendibilità e vendita. Un po' continuo a pensarlo. Continuo ancora a credere che se si fosse utilizzato un "liberamente tratto", o cose simili, sarebbe stato tutto segnato dal momento cioè dallo scambio, che ci si auspica sempre, tra chi vive il palcoscenico e chi abita il proprio (la poltrona).
Ho poi letto le critiche di chi, prima di me, l'ha visto e/o vissuto, l'abbandono costante di una parte del pubblico e mi sono domandata: errore negli spettatori che non hanno apprezzato o errore di chi, mantenendo il titolo originale dell'opera di Goldoni, ha creato facili attese disilluse?
Così facendo, il pubblico affezionato alla lettura di Giorgio Strehler e all'idea acquisita profondamente su Arlecchino, bé è possibile si sia sentito derubato di un ricordo; chi invece arrivava "puro", senza rimandi né associazioni (spesso le nuove generazioni o chi possiede la rara capacità di cercare l'oltre, sempre) ne ha goduto.
Detto questo dico che a me l'Arlecchino di Latella, interpretato da un eccellente Roberto Latini, è piaciuto molto ed ho trovato goduriosa la scelta del tema delle maschere raccontandone la presenza con l'assenza.
Apice dello spettacolo non è lo smantellamento scenico, ma la direzione della maschera-burattino Latini ad opera del resto della compagnia. Gli altri appaiono sulla scena come registi prima e spettatori poi (autoreferenziali, no?), tenendo in vita il rimando al copione proseguendo così la linea già tracciata durante tutto lo spettacolo: l'utilizzo del telefono come voce fuori campo all'interno dello spazio di scena.
Questo trovo essere il mio punto dal quale parto e verso il quale tendo in relazione al teatro come massima espressione della vita stessa.
Il teatro che si toglie la maschera scimmiottando la presenza della stessa in quel movimento comune, in quel perdersi. Un punto, e non il punto, di vista proposto.
Interessanti intrecci ma con ipotesi drammaturgiche non abbastanza sviscerate come quell' Arlecchino a volte Federigo che con Beatrice e Florindo paiono, ad intermittenza, in accordo per impossessarsi della dote di Clarice. E poi non se ne sa più nulla.
E ancora l'ipotesi dell'incesto. Latella in una intervista dichiara che tale incesto è presente nel testo del Goldoni. Continuo a credere esser una interpretazione del regista. Legittima, sia chiaro ma un'interpretazione. Ognuno legge ciò che è scritto partendo dalla propria realtà, dal proprio mondo ed io, leggendolo con il mio, quel passo non lo percepisco affatto come dichiarazione di un incesto:
"Brighella: Siguro che lo conosseva. So stà a Turin tre anni e ho conossudo anca so sorella. Una zovene de spirito, de corazo; la se vestiva da omo, l'andava a cavalo, e lu el giera innamorà de sta so sorella. Oh! chi l'avesse mai dito!"
Brighella dichiara di conoscere Federigo, avendo lavorato a Torino e racconta anche di aver conosciuto sua sorella. Una giovane di spirito, coraggiosa, che si vestiva da uomo e andava a cavallo e suo fratello le voleva molto bene. Quel "e lu el giera innamorà de sta so sorella" mi fa pensare all'amore profondo che lega due fratelli e che quindi, forse, Federigo non apprezzava Florindo perché non lo reputava all'altezza di sua sorella. Gelosia pura, purissima e quindi mortale.
E chissà quante altre letture, quanti altri sguardi diversi.
Mi sono permessa questo piccolo gioco perché ci si ricordi, tutti, che diamo un punto di vista e che non ne esiste uno solo e questo vale tanto per i registi quanto per gli spettatori.
Bastava quel "liberamente tratto", la forza dei nomi di Artisti pieni e il nome di un regista, Latella appunto, tra i più apprezzati non solo in Italia.
Un errore di comunicazione, l'inutilità di un confronto che gli si ritorce contro come il rischio di far perdere, tra le altre, l'emozione prodotta dal monologo struggente di Smeraldina dal proscenio.
E' come se questo lavoro di Latella rispondesse alla profezia che si auto-adempie cara alla sociologia e alla psicologia.
Si potrebbe riprendere il tiro per impiattare meglio una pietanza gustosa al mio palato.
Siamo tutti al servizio di più padroni; siamo tutti al servizio di due padroni: l'arte e gli spettatori. Basterebbe cangiar le regole contrattuali.
Foto di scena Brunella Giolivo
Foto di scena Brunella Giolivo
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