sabato 17 agosto 2013

Possiamo sempre essere felici



Ironizzando sulla morte, pensavo alla "mutilazione" emotiva che il giudizio sociale impone alle persone che, per aver subito un grave lutto o un dolore profondo, non hanno più la possibilità di sorridere o ridere profondamente: essere felici.
  E' il giudizio che in precedenza abbiamo dato a renderci sospettosi e preoccupati nel poter ricevere lo stesso trattamento, non pensiamo mai di essere liberi perché siamo gli stessi a costruire le catene degli altri.
 Un dolore, per fortuna, non è mai assoluto e ci concede ancora la possibilità di essere felici. Emozionarsi, stupirsi.
Per cultura se il dolore vive, vive ancora la persona morta e se il dolore va via o semplicemente ha definito un posto nella nostra anima, il ricordo passa.
Siamo in continua trasformazione.
La parte di quelle persone che amiamo o abbiamo amato resta dentro di noi perché fa parte di noi.
Come tutte le persone che incontriamo, se ci concediamo di viverle profondamente, ci trasformano.
Se viviamo e non sopravviviamo, ogni incontro ci modifica: nuove emozioni; nuovi punti di vista; nuovi suoni, nuovi odori; nuovi sapori e una nuova parte di noi, quella che esiste in modo unico e specifico è diversa in reazione ad ogni persona.
Non sappiamo bene chi siamo: siamo negli occhi delle persone che incontriamo.



martedì 4 giugno 2013

Raccontare l'Arte: Mirella Caldarone



"Se la vita è sentirsi vivi, la mia vita è la fotografia"
Inizia così la nostra chiacchierata.
Su divani rossi e foto a circondarci, Mirella Caldarone mi apre le porte del suo mondo e, senza alcuna fatica, riusco a sentirmi a mio agio. È un luogo, questo, pieno di libertà e libere associazioni.
Mirella non ama parlare e ama molto poco parlare di sé "con la fotografia comunichi senza parlare; è il mio tramite per parlare al mondo" e guardando le foto esposte -della mostra "Nata femmina" – che incorniciano l'incontro arrivano sguardi e gesti che non sono immobili così com'è tipico in foto che sono fermo immagini. Guardando le foto di Mirella si guarda una storia. C'è un prima e un dopo l'istante narrato.
"Il tramite tra la foto e la comunicazione è il silenzio" e avvolte da questi silenzi ricchi mi lascio trasportare dalle energie prodotte da questo racconto che ha i sapori puri e veri della nostra terra.
Mirella nasce nella zona di Piazza La Corte, che è poi il luogo del nostro incontro, e a 15 anni resta abbagliata nel vedere apparire, in camera oscura, un'immagine dalla vasca degli acidi. Arriva, commossa, a scene antiche della sua memoria cariche di odori e sapori.
Per molti anni decide di tener chiusi i cassetti che contengono le sue opere "per molti anni è stato solo per me. Sai che è un linguaggio quando capisci che si crea qualcosa in chi lo percepisce" e questa consapevolezza arriva nel 1998 quando presenta, presso il Centro Ricerche Bonomo "Orme, sentieri di Murgia".
Un po' timida, un po' insicura, utilizza la fotografia come "terapia".
Un mezzo di comunicazione e relazione che l'aiutano ad esprimere il suo mondo interno, che io assaporo con commozione, e a relazionarsi con maggior facilità agli altri.
Le sue foto sono pensieri impressi nell'immagine e se è vero che l'inconscio parla attraverso esse, guardandole si ha la possibilità di guardarsi profondamente.
Mirella non "ruba" mai gli scatti, non utilizza il teleobiettivo e non risponde a delle richieste: "deve continuare a funzionare la mia felicità, il linguaggio del mio desiderio; non voglio non far vivere la mia libertà. Voglio che la libertà venga esercitata".
Se la macchina fotografica le serve come mezzo di comunicazione le chiedo quanto l'obiettivo, come oggetto, crea distanza. La risposta? "Non c'è distanza tra te e l'altro perché c'è sempre la relazione" creatasi prima dello scatto "dando all'attimo la dimensione dell'eternità".
Ci sono delle tinte forti nella personalità di questa Artista capace, come poche, a scrivere con la luce e a raccontare con le immagini.
Sulle note costanti di una insicurezza produttiva, possiede un'umiltà talmente dirompente da poterla mettere fuori rendendo ciò che fa carico di un valore comunicativo indiscusso.
Le tinte forti sono protagoniste delle sue foto b&w dove il grigio è "la scala tonale per raggiungere il bianco e il nero che sono i punti d'arrivo".
Le tinte forti sono le non scelte dei soggetti perché, dice, "voglio cercare la cosa che mi interessa in quello che vivo e vedo".
Ed è una pittrice di luce, una scrittrice di immagini, un'anima libera che riesce ad esprimere, nel suo scatto, esattamente ciò che il cuore ha sussultato.
Sono attimi eterni nei quali ti perdi guardando ogni sua foto ed entrando in quel mondo di immagini e luci in movimento.

#domaniandriese 

venerdì 17 maggio 2013

Nessuna preghiera

Pagina 172

"Nessuna preghiera signore, la prego nessuna preghiera. Vorrei poter non più celebrare preghiere guardando il cielo, vorrei poterle celebrare guardandola  negli occhi e se non sarà abbastanza questo che i miei occhi parlino tenendo a bada la mia bocca. Tenga a bada la mia bocca con la sua, signore e riconoscerà il mio respiro. Riesce a sentirlo? Sono passati giorni interminabili dall'ultima preghiera e a lei non è rimasto nulla? Ho continuato a ripeterla tutto il giorno sperando che lei mi ascoltasse. E' un gioco che faccio da quando ero bambina: dico cose di lontano sperando che arrivino all'anima alla quale sono destinate. Funziona signore? Sono arrivate alla sua anima le mie preghiere? Credo che se lei è venuto qui, oggi è perché ha sentito la mia preghiera. Parli, la prego, non mi lasci in questo silenzio."
Mentre lei continuava a parlare lui continuava a scrivere. Andando via le consegnò questa lettera:
"Cara Matilda,
        ogni giorno ho ascoltato le sue parole, non sono preghiere, non sono uno che ha bisogno di preghiere e le sue parole, proprio come è accaduto oggi, arrivano così violentemente alla mia anima che non riesco a contenerle. Un uomo non può far vedere i suoi occhi pieni di lacrime ed è solo questo il motivo che mi ha portato a lasciarle questa mia e ad andar via. Ho dovuto tacere perché le mie parole avrebbero aperto a lei la mia parte più debole e come può una Donna come lei accettare di me questa debolezza? La prego di comprendere. La prego di aspettare. Adesso è solo questo che posso offrirle, l'orecchio attento della mia anima."
Iniziò a leggerla quando lui aveva già attraversato tutto il viale alberato. Aveva preferito guardarlo dalla finestra mentre di spalle andava via. L'ultima cosa che osservò fu la sua ombra e ne memorizzò per sempre la forma sapendo che non l'avrebbe rivista mai più. Nelle foto, quelle che lei possedeva di lui, la sua ombra non c'era e si convinse che quella fosse la forma della sua anima.

domenica 21 aprile 2013

Raccontare l'Arte: Alessio Giannone


ALESSIO GIANNONE, SONO


E se il gioco fosse quello di individuare le maschere che ci caratterizzano, sarebbe un gioco senza regole e senza fine.

Non che questo spaventi, anzi, ma propongo una variante: piuttosto che scoprire proviamo a conoscere.
Ci diamo appuntamento a Bari, la sua città, e iniziO ad ascoltare.
Tante sono le maschere che descrivono Alessio Giannone; quella che tutti conoscono oggi è quella di "Pinuccio" che nasce con l’esigenza di trovare il “costume” adatto a poter dire, senza filtri e con quelle inflessioni dialettali che sanno di familiare, tutto quello che sente di dire, tutto quello che pensa.
Ha 34 anni e tante storie.
Laureato in legge e specializzato in diritto agrario, lavora per permettere alle aziende di vendere l’oro dei loro prodotti, certo di vendere la realtà migliore della nostra terra.
Scopre il teatro a 17 anni e fa l’attore per i quindici anni successivi passando dal palcoscenico, interpretando i testi classici, alla formazione dei ragazzi nelle scuole e visto l’amore che traspare verso gli altri, nella conoscenza e nella responsabilità individuale presente in un noi che crea appartenenza, fa dei laboratori con ragazze vittime di violenze sessuali pur non condividendo le etichette, tutte. Affrontiamo con passione il tema, ampio, delle definizioni che arrivano e diventano necessarie laddove manca una sostanza profonda che da sola, essa stessa, sarebbe in grado di raccontare. 
Alessio non può essere definito e non si definisce. È appassionato, preparato e sicuro nelle cose che fa e che propone.
Ti aspettavi tutto questo successo per Pinuccio? “Sì, ne ero sicuro”.
Ci arriva tutta la sua umiltà perché il suo successo è frutto di studio e preparazione che poco hanno a che fare con l’ improvvisarsi ma che fonda radici profonde su quella improvvisazione, sulla moreniana spontaneità, della quale se ne sente troppo spesso la mancanza. Non si parla mai di obiettivi raggiunti o da raggiungere perché Alessio è in viaggio.
Durante questa chiacchierata, torna con forza il tema della pedagogia; dell’educare all’arte, alla cultura, alla politica con il fine di dare mezzi per un pensiero autonomo. Sente il senso di responsabilità come uomo e adesso come persona conosciuta a tanti e spulciando i suoi canali presenti in rete è chiara la sua disponibilità a rispondere e discutere perché per Alessio la discussione e lo scambio sono imprescindibili alla vita stessa dedicandosi momenti di solitudine, che sono miniere di idee e pensieri carichi della vita non solo osservata, con attenzione ed occhio critico, ma anche e soprattutto vissuta. 
Regista di cortometraggi ( ricordiamo “La sala” e “Binari”) e documentari che lo fanno apprezzare da giurie nazionali ed internazionali è ironico, riflessivo, acuto e timido.
Ama la sua città e la sua famiglia sopra ogni cosa riconoscendo in esse i colori migliori che lo animano.
Nel prossimo futuro ci sono appuntamenti importanti che lo attendono. 
Qual è la condizione necessaria al tuo lavoro? “Poter dire sempre quello che penso, senza censura”.

Io glielo auguro, ce lo auguriamo, estimatori quali siamo di uno stile di fare satira che regala spunti di riflessione profondi attraverso un linguaggio che ci è molto familiare.

E poterlo fare con un sorriso è tutta un’altra storia.




#DOMANIANDRIESE




mercoledì 3 aprile 2013

Monologo

"Non voglio il tuo amore, adesso che sai tutto. Avresti dovuto amarmi per tutto quello che ero, per tutto quello che ti davo, giorno dopo giorno. Ti sarebbe bastato, se solo avessi voluto davvero. Il tuo amore adesso colma i tuoi sensi di colpa per non avermi amato prima, per non esserti accorto di me ma non colma il mio dolore di allora. Non si può tornare in dietro. Non c'è concesso. Abbiamo, per fortuna e per sfortuna, una sola vita e una strada da percorrere in avanti.
E' il mio addio tenebroso e carico di vita. Dimostro ancora una volta di volerti un bene puro che non può essere barattato con i racconti. 
Se solo avessi deciso di vivermi. Sarebbe bastato.
Sono stanca di raccontarmi; stanca di dimostrarti, per necessità personale, che valgo qualcosa e che non abito quei panni che tu hai scelto per me.
Troppo affanno, troppe luci spente. Ho bisogno di aria, colori.
Non sono responsabile della tua cecità. Quando l'ho vista ho provato a baciare i tuoi occhi, ad accarezzarli, a volte anche a schiacciarli ma l'assenza di reazione mi ha fatto desistere. Non ho scelto tra te e altro; ho "solo" scelto per me, non è stato difficile e non per quell'amore incondizionato che ognuno di noi dovrebbe provare per se stesso ma semplicemente perché ero rimasta solo io.
Fortuna che quando hai dismesso i panni da pedina non ti ho permesso alcuna mossa. Ma non l'avresti fatto. Non tu. 
E' un addio carico di vita. E' un addio tenebroso e carico di vita" Airoldo Fortuna

martedì 26 marzo 2013

Resurrezione



"In quel momento tutto sarebbe stato oro. 
Dopo un lungo bagno nel fango, qualsiasi acqua sarebbe stata purificatrice e qualunque mano avrebbe agevolato la pulizia; qualunque mano poteva essere scambiata come "divina". 
Riuscii a non cadere nel tranello che gli avvenimenti avevano creato, che io stessa avevo creato. 
Preferii tenere addosso quel fango, farlo asciugare fino a che non divenne duro. Io ne ero completamente ricoperta e paralizzata. 
Non riuscivo a muovermi e non percepivo alcun tocco. 
Anestetizzata. 
Ero abituata a quel nuovo abito che mi proteggeva tenendo sospesa la mia vita fino a che non decisi che era ora di toglierlo. Di lavarlo lentamente. 
Abituatami a quelle mani, che con cura avevo scelto, mi sembrò impossibile dovermene separare. Riconoscevo come familiare solo quel tocco e rischiai di creare un ulteriore protezione al mio vivere fino a che non compresi che le mie mani erano le migliori e che il mio agire verso il mondo sarebbe stata l'unica strada possibile alla mia resurrezione. 
Ci sono molte vite all'interno della stessa. 
Io sono in una nuova vita.
Adesso" da "Ogni vita in ogni battito" di Nunzia Barrai edizioni LaBe