Parlare di te mi aiuta a sentirti più vicina;
parlare di te mi fa pensare che ci sei ancora e che non sei solo un ricordo.
Quando si avvicinano le date è tutto molto più difficile,
tornano alla mente i ricordi e cerco di portarli alla mente tutti per spolverarli e provare a non dimenticarli mai.
Mi piace raccontare e ricordare perché mi fa sentire meno sola ma lo faccio in silenzio e con gli occhi che guardano la Luna e le stelle in questi giorni senza nuvole.
Fra, continuo a credere molto nella gente. Continuo a credere che siano tutti come noi ma poi ogni volta non è così e verrei da te per raccontartelo e poi mi devo fermare e guardare il cielo. Sarei felice di sentire la tua voce e un tuo, nostro, abbraccio. Le lunghe chiacchierate, le lacrime, i sorrisi e le mani nelle mani e i respiri.
Mi sento così lontana da questo mondo.
Così lontana da tutto che vorrei scappare in un luogo più sicuro ma non so dove. Dov'è e se c'è. Mi piace pensare tu l'abbia raggiunto da tempo e a volte ci verrei anch'io. Un passo, una carezza.
giovedì 27 dicembre 2012
martedì 11 dicembre 2012
Maledettamente
"è tutto maledettamente come ieri quando i sorrisi erano tanti, quando le emozioni facevano brillare gli occhi e la malinconia era lontana. Siamo ormai così poco abituati ad essere felici che ogni gioia è maledetta perché nuova. Troppo diversa dal resto." da Il vaso di Pandora si è aperto di Nunzia Barrai
lunedì 10 dicembre 2012
Il mondo fa girar
Se la sensazione è quella della gola piena da lacrime pronte per essere rigurgitate mi chiedo: "cos'è questo senso di vuoto?" da Dedica ad una donna di Airoldo Fortuna
"Bianco o ner, vuoto o pien questo è il mondo fa girar..."
sabato 24 novembre 2012
Una prigione
Con tutte quelle catene non si poteva non pensare ad una prigione.
E quella era: una prigione.
Una prigione di emozioni che si fa finta di non provare per sentirsi, fintamente, liberi.
Liberi da cosa poi? Ah sì, liberi da se stessi.
Attribuzione esterna, la chiama qualcuno e attribuzione esterna è. Ogni cosa va nel verso sbagliato a causa degli altri e nel verso giusto si sceglie quella interna insomma non siamo mai responsabili di quello che va male soprattutto poi quando si tratta di emozioni. Analisi, valutazioni, giudizi e non-vita.
Come puoi analizzare un'emozione mentre la stai vivendo e barricarti dietro il "non è abbastanza".
Quando un'emozione è abbastanza per potersela vivere? Che sapore deve avere? Io pensavo bastasse "solo" provarla un'emozione per considerarla degna di essere vissuta.
E' un annullamento, di fatto. Se emozione è, è.
Qualcuno crede di vivere utilizzando gli altri a proprio piacimento nascondendosi dietro il "non farei mai del male volontariamente" ma è solo un alibi per devastare l'altro intimandogli un'assenza di discussione. Un alibi che ferisce perché è chiusura e infantilismo puro.
Per gli adolescenti, meravigliosi adolescenti, le cose hanno un giudizio dicotomico: bianco o nero. Quando si diventa adulti esiste il grigio, vero ma esistono anche tutti gli altri colori e non si possono utilizzare i termini di paragone soprattutto quelli di un passato fallimentare.
Mi sento nuova ogni volta che mi relaziono a qualcosa di diverso perché sono nuova io, è l'auspicio che mi faccio costantemente, ed è diverso l'altro se solo lo si vedesse, davvero, per quello che è.
Non si ottiene nulla da una prigione emotiva se non il provare un sentimento che è quello della pena. Provo pena e tristezza per chi proprio non riesce a vivere con la presunzione che di vite ce ne sono molte o l'arroganza di pensare che sia tutto finito. Siamo davvero in grado di decidere quando una vita finisce nonostante i respiri che l'Anima continua a produrre?
Un po' di rispetto per Lei, almeno per Lei che ci rende immortali producendo emozioni che produrranno emozioni e così senza fine.
Accarezzare qualcuno, baciarlo, far l'Amore, emozionarsi, ridere, arrabbiarsi, discutere. Basterebbe avere il coraggio di vivere ogni grandiosità che le caratterizza, queste emozioni, per essere davvero liberi di vivere.
E quella era: una prigione.
Una prigione di emozioni che si fa finta di non provare per sentirsi, fintamente, liberi.
Liberi da cosa poi? Ah sì, liberi da se stessi.
Attribuzione esterna, la chiama qualcuno e attribuzione esterna è. Ogni cosa va nel verso sbagliato a causa degli altri e nel verso giusto si sceglie quella interna insomma non siamo mai responsabili di quello che va male soprattutto poi quando si tratta di emozioni. Analisi, valutazioni, giudizi e non-vita.
Come puoi analizzare un'emozione mentre la stai vivendo e barricarti dietro il "non è abbastanza".
Quando un'emozione è abbastanza per potersela vivere? Che sapore deve avere? Io pensavo bastasse "solo" provarla un'emozione per considerarla degna di essere vissuta.
E' un annullamento, di fatto. Se emozione è, è.
Qualcuno crede di vivere utilizzando gli altri a proprio piacimento nascondendosi dietro il "non farei mai del male volontariamente" ma è solo un alibi per devastare l'altro intimandogli un'assenza di discussione. Un alibi che ferisce perché è chiusura e infantilismo puro.
Per gli adolescenti, meravigliosi adolescenti, le cose hanno un giudizio dicotomico: bianco o nero. Quando si diventa adulti esiste il grigio, vero ma esistono anche tutti gli altri colori e non si possono utilizzare i termini di paragone soprattutto quelli di un passato fallimentare.
Mi sento nuova ogni volta che mi relaziono a qualcosa di diverso perché sono nuova io, è l'auspicio che mi faccio costantemente, ed è diverso l'altro se solo lo si vedesse, davvero, per quello che è.
Non si ottiene nulla da una prigione emotiva se non il provare un sentimento che è quello della pena. Provo pena e tristezza per chi proprio non riesce a vivere con la presunzione che di vite ce ne sono molte o l'arroganza di pensare che sia tutto finito. Siamo davvero in grado di decidere quando una vita finisce nonostante i respiri che l'Anima continua a produrre?
Un po' di rispetto per Lei, almeno per Lei che ci rende immortali producendo emozioni che produrranno emozioni e così senza fine.
Accarezzare qualcuno, baciarlo, far l'Amore, emozionarsi, ridere, arrabbiarsi, discutere. Basterebbe avere il coraggio di vivere ogni grandiosità che le caratterizza, queste emozioni, per essere davvero liberi di vivere.
lunedì 19 novembre 2012
giovedì 8 novembre 2012
Raccontare l'Arte: Ricci Forte
E questa volta, per questo
racconto, sento di dover utilizzare un registro nuovo per questo spazio; un
registro comunicativo meno canonico ma che è mio e devo farlo perché devo
raccontarvi di due Artisti, Stefano Ricci e Gianni Forte; di Imitation of
death; della mia esperienza romana e in qualche modo anche di me.
Di solito le presentazioni si
fanno all’inizio ma farle in corso d’opera è sicuramente più divertente.
Scrivo questi racconti che sono
di andriesi che ho amato definire “well done”. Il desiderio era quello di
colorare una sfumatura vivace in un periodo storico triste e pieno di
lamentele.
Elogio all’Arte intesa a
trecentosessanta gradi.
Questo vuol essere, questo spero
sia stato, questo spero sia.
Faccio la psicologa e sono una
specializzanda in psicoterapia e psicodramma ( se soprattutto quest’ultima non
vi dice nulla o desta curiosità leggete qui http://noetichette.blogspot.it/2011/10/intimita-collettiva-non-governata.html)
.
Oltre ad avere una spiccata
assenza del concetto di normalità ho intrapreso una ricerca che riguarda gli
attori come persone e per far questo non potevo non partire da chi in Italia è
creatore di una nuova comunicazione artistica e di un diverso modo di
“utilizzare” gli attori.
Ecco che contatto Gianni Forte,
un anno fa. Prendiamo appuntamento al cafè della Feltrinelli, a Roma, quello di
Largo Argentina e avvolti da libri e dall’odore del caffè, discutiamo di
teatro, di persone-personaggi, “malattia” mentale –per quest’ultima “colpevole”
il mio “Diario di una schizofrenica” con copertina giallo limone- e la
possibilità di assistere alla preparazione dello spettacolo che hanno in
cantiere da un po’: Imitation of death, appunto.
Accetta. Accettano. Siamo
entusiasti.
Settembre 2012, sono al Palladium
e osservo di lontano.
La storia di Ricci-Forte ormai è
conosciuta anche oltre i confini europei ma forse non tutti sanno che la loro
vita come drammaturghi, così com’è, parte dall’intuizione di altri due andriesi,
Francesco Fisfola e Riccardo Carbutti rispettivamente Direttore della
produzione e Direttore artistico di quel Festival Internazionale Castel dei
Mondi del 2006. Un laboratorio che portò alla realizzazione di Troia’s discount
e a seguire, fino al 2009, con Metamorphhotel e Wunderkammer nel 2007, 100%
Furioso nel 2008 e Macadamia Nut Brittle. Poi il silenzio. Cambiata la bandiera
del “comando”, chiusa la porta. Non so se sia stata semplice coincidenza, fatto
è che il 2009 è stato il loro ultimo anno qui.
Sembra troppo tempo fa.
Dai Cesaroni (sono loro gli
artefici di quella prima parte della Fiction che ha avuto un eccellente
riscontro da parte del pubblico) a questo teatro non c’è da stupirsi perché a
parlare sono sempre le stesse essenze, quelle di Ricci-Forte, che fanno Arte.
Una nuova comunicazione.
Assolutamente nuova.
Guardando “Sei personaggi in
cerca d’autore” del Maestro Luigi Pirandello ho pensato che in Ricci-Forte i
personaggi ritornano ad essere persone, a toccare di nuovo se stesse –a volte
per la prima volta- divenendo essi stessi autori dei personaggi che saliranno
su quel palcoscenico. Quindi non un travestimento ma uno spogliarsi, reale, a
beneficio delle molteplici facce della verità.
Non molto tempo fa, a proposito
del nudo integrale utilizzato da questi artisti scrivevo: “quando comprendi che
i corpi sono mezzi di comunicazione, smetti di fingere sconcerto e scandalo,
guardando gli spettacoli di Ricci-Forte, e ti sintonizzi con la tua parte
profonda.”
Il percorso di Gianni e Stefano
attraversa trasversalmente quella che è contemporaneità.
La critica nazionale si divide
tra chi li stima profondamente, su tutti Andrea Porcheddu, e chi li critica
aspramente addirittura senza aver visto nemmeno lo spettacolo, e qui non cito
nessuno per non partecipare al gioco dell’apparire a tutti i costi.
Molti andriesi si sentono orfani
di questo teatro e di questi artisti, si sentono orfani dell’esperienza che
resta il vedere –e partecipare- ad uno dei loro spettacoli perché si dice che
Ricci-Forte o li ami o li odii ma non ti lasciano mai indifferente.
Imitation of death, che sta
girando l’Italia e poi l’Europa, sembra un punto d’arrivo nelle viscere, un
crescendo, un’introspezione come l’ha definita l’ex direttore artistico del
Festival Francesco Fisfola.
Un’introspezione, aggiungo, che è
un inno alla vita che passa attraverso quelle esperienze che fanno morire una
parte di noi e che poi ci regalano una nuova vita. Un battesimo che segue la
lettura del pensiero che è ormai comune e che produce tanti meccanici orsetti
uguali; le tacche segnate dal passato e quelle segnate dalla proiezione al
futuro che stanca a forza di segnarlo.
Sono sedici performer, persone,
tenuti insieme da due Artisti.
È davvero utopia pensare di
rivederli ad Andria?
#domaniandriese
#domaniandriese
lunedì 5 novembre 2012
Di rosso
Di rosso la notte.
Dipingi ogni nuvola.
Impera un fiato.
Un fiato soave.
Tu ci sei.
Non arrestare
i tuoi palpiti.
Non allontanare l'infinito.
E' finito?
Se ogni cosa ha inizio e fine,
se ogni giorno è infinito
restami accanto.
Hai paura del domani se
non vivi ogni oggi.
Tu sei oggi e ci sarai
nelle pagine dei miei ricordi
più belli.
Non voglio mettere un punto ma
un "per sempre" urlato
ad ogni calar della Luna e
quando è nuova
custodisce ciò che c'è stato
per ripartire.
Quel sorriso,
i tuoi occhi,
Tu.
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