lunedì 24 settembre 2012

Lasciarsi...

andare.
La direzione è sconosciuta ma se la sensazione resta quella di sentirsi legati  quella direzione, se pur sconosciuta nella sostanza, resta lontana.
Lontano è tutto ciò che pensiamo di non poter raggiungere mai o vivere.
Viversi: vivere se stessi profondamente.
Non sapere nulla, questa è una condizione continua.
Mille pensieri accompagnano questa notte e l'invadente ticchettio di questo orologio nel buio segna concretamente il passare del tempo.
Sentire un vuoto perenne da colmare.
Troppe domande,
troppi dubbi con l'unica certezza di essere in vita e la paura di sopravviverla sta vita.
Un tendere verso continuo che a volte lascia spazio ad un vuoto che sembra sempre più incolmabile.
Lo voglio io?
Sono protagonista della mia vita e responsabile dei respiri.
Mi ripeterei mille volte quel "mi manchi" che mi sussurro da tempo.
Silenzioso e incalzante.
Mi manchi.
Non so proprio dove andarmi a cercare.
Sono stanca.
Accarezzo la mia anima e provo a sentirmi meglio.
Metto tutto nelle mani della notte e di quel mondo che mi protegge, a volte, lasciandomi in una dimensione di assoluta solitudine.
Un mondo parallelo occupato solo dai miei pensieri.
Vorrei aprire quelle porte o forse è semplicemente sbagliato il momento.
Ticchettio
Mi lascio andare a questa notte e al bisogno che ho di me.

mercoledì 12 settembre 2012

Raccontare l'Arte: Domenico Celiberti



In quella cornice che rende Andria piena di incontri: Piazza Catuma torna ad esprimere il motivo della sua nascita e tra persone di ogni nazionalità incontro Domenico Celiberti, musicista e figlio d’arte.
Inizia a studiare violino all’età di 9 anni (per 10 anni con la prima violinista dell’Orchestra di Tirana) avendo già da molto piccolo familiarizzato con la chitarra di suo padre.
Domenico ha 26 anni e già una vita intensa da raccontare.
Dal 2005 ha deciso di iniziare la sua ricerca per la musica popolare. Suona moltissimi strumenti, dalla fisarmonica all’organetto passando per il mandolino e la chitarra battente.
Gli strumenti hanno una propria voce e nel chiedergli quale, in questo momento, Domenico riesce meglio ad esprimere la sua voce interna: “gli strumenti ad ancia: fisarmonica e organetto; la fisarmonica ha un suono popolare, sa di ballate e di girovagare, ma tra dieci minuti potrei dirne un altro”.
È nella continua trasformazione di una ricerca appassionata e costante dove le radici, l’appartenenza sono il filo rosso di congiunzione.
Questa ricerca forse la deve alla vita vissuta a stretto contatto con la bisnonna e con la nonna, l’amore e la stima immensa provata verso suo nonno che lo hanno accompagnato – e continuano a farlo – verso l’amore per la conoscenza del passato come reale punto di partenza, insostituibile, di un futuro in continuo divenire.
Viaggiare, cercare, conoscere lo portano a Gerusalemme per imparare l’ebraico che continuerà a studiare sempre per quella voglia di scoprire le radici toccandole.
Vive a Bologna da 7 anni ed è proprio in Piazza Maggiore che inizia lo scambio della musica popolare con i ragazzi che incontra e così nasce anche un progetto sulle ninna nanne che vedrà la luce a breve.
 Domenico ha partecipato a molti festival (Suoni del Mediterraneo Andria 2011; Umbria Folk 2012; Radicazioni 2011 e 2012; Tamburello Festival; Festival a Smirne e ad Amburgo), eppure – mi dice –la musica popolare autentica non è esattamente quella ascoltata nei festival, perché lì si fa musica di riproposta, mentre la musica popolare, quella “vera”, deve essere vissuta nei contesti in cui è nata. Ed è così che Domenico partecipa alle questue. Mi racconta, in particolare, quella del Sabato Santo: “cande all’ove”., in cui gira dal pomeriggio per le masserie suonando l’organetto accompagnato da un tamburo e dalla voce superba di una donna di 83 anni.
Il repertorio di Domenico va dalla musica agro-pastorale alla musica artigiana. Mi viene naturale chiedergli dove ha cercato il materiale e lui, con l’umiltà che è solo di chi produce l’arte esistendo, racconta dei suoi incontri con gli anziani di Andria che  vive come assoluta fonte di informazioni; di quelle informazioni così preziose e rare che rischiano di andar perse (e qui il suo riferimento non è solo alla musica).
“Si è persa la tradizione per quel senso di vergogna che gli anziani hanno provato dopo l’arrivo della radio e della televisione. Si sono sentiti inadeguati e hanno sminuito le loro conoscenze. È ora che queste persone ritornino ad inorgoglirsi perché il loro sapere è indispensabile e in questo dobbiamo essere bravi noi”.
Si coglie da questa appassionata affermazione la fretta di raccogliere informazioni che potrebbero essere perse per sempre. Entrando nelle botteghe incontra artisti che condividono con lui musiche antiche che a volte giungono dal 1800.
Mi racconta di Vincenzo Regano, fisarmonicista e barbiere che considera l’anello di congiunzione tra la cultura contadina e quella artigiana, e che grazie a questo ha una formazione artistica più completa.
Sono i nostri archetipi culturali e non dovremmo ignorarli perché sono parte del nostro continuo processo di identificazione. È un inconscio etnico che dobbiamo imparare ad ascoltare.
Impegnato con i suoi gruppi (Contraggiro, Compagnia Zinnannà, Capacupa) lo aspettiamo per riascoltare la sua musica e toccare le sue, nostre, radici.
“...vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto” Henry David Thoreau 

#domaniandriese

sabato 8 settembre 2012

Quell'orologio che parlava per lui

Era la sua casa, lo sapevo. Del resto era stato proprio lui a consegnarmi quelle chiavi. Potevo entrarci, finalmente.
A rompere quel silenzio assordante di una casa vuota ma piena di emozioni lasciate e vissute, il suono di una sveglia e guardando quell'enorme orologio da muro, appoggiato per terra e riflesso nello specchio frantumato da un'emozione incontenibile, segnava le 22:17.
Raccontava di lui, parlava per lui. Per quello che aveva deciso di fare esattamente in quel momento.
Le decisioni migliori sono quelle prese con il ticchettio che lascia un un sogno dentro da realizzare.

giovedì 30 agosto 2012

Raccontare l'Arte: Michele Sinisi



È nello scenario del Festival Internazionale “Castel dei Mondi” che incontro Michele Sinisi. Non ha bisogno di presentazioni essendo – con Michele Santeramo – il padre del Teatro Minimo.
Michele ha il merito di aver portato ad Andria una realtà teatrale di rilievo nazionale e quel profumo di teatro che mancava, con progetti importanti e che hanno cercato, riuscendoci, il coinvolgimento della città e dei cittadini (AndriaXzone), consegnandole uno spazio dedicato alle performance attorali (auditorium “Paola Chicco” presso la scuola A. Manzoni). Performance non solo personali, citando su tutti Valerio Binasco (quest’anno premio Ubu per la regia del suo Romeo e Giulietta) e Sergio Rubini che ha aperto l’ultima edizione del festival.
Una chiacchierata questa sulla riflessione del mestiere dell’attore. Michele si sente un artigiano. Cercando la definizione di “artigiano” ci si rende conto che lui lo è, e lo è profondamente, nelle sue componenti fondanti, in tutta la sua personalità come uomo e come attore: dalla produzione di “beni” – i suoi spettacoli – tramite l’attenzione del lavoro “manuale”, all’unicità dei prodotti, alla bottega che mi rivela essere il suo grande sogno. Me lo dice sorridendo e sono proprio l’entusiasmo e la passione a muovere questo artista che è pieno di idee e progetti sempre nuovi, sempre diversi, ma che hanno un comune denominatore: la crescita, sua e dell’ambiente che lo circonda.
“Fare l’attore è un mestiere” e come per tutti i mestieri c’è bisogno di competenza, preparazione, dedizione. Prima di arrivare al “suo” mestiere ne ha fatti tanti altri. Ha vissuto a Roma – dove ha conseguito la Laurea in Lettere Moderne – qui ha succhiato il succhiabile dalla vita, dalle esperienze e dalla voglia continua di relazionarsi al mondo, alle diverse personalità, alle molteplici culture, prima di tutto per conoscere sé stesso e poi per continuare ad avere spunti di riflessione utili al suo mestiere.
Michele non ha una formazione accademica, ma senza retorica sento di poter dire che l’ha acquisita vivendo e incontrando persone come Gerardin Baron o lo stesso Valerio Binasco, che gli hanno dato tanto ricevendo da lui spunti artistici interessantissimi.
“Cosa c’è alla base di tutto? Imparare a non recitare”. Questo è un mestiere difficile perché si passa attraverso le emozioni, si deve imparare a riconoscerle e a maneggiarle, tutte, senza correre il rischio di recitare sul palcoscenico. Chi guarda non deve percepire la finzione di ciò che i corpi raccontano, perché in scena l’anima dell’attore non deve mentire mai. E la sua anima arriva, guardandolo vivere sul palcoscenico.

#domaniandriese

Fare da soli

"Non credo sia funzionale parlare di solitudine per fare alcune cose, non credo sia un caso che per mettere in atto l'unico miracolo possibile all'uomo (la gravidanza) ci sia bisogno di un "due".
Credo che gli altri siano necessari alla nostra conoscenza, del resto vediamo negli altri le proiezioni di noi stessi e familiarizzare con queste è possibile vivendo e come lo facciamo se non relazionandoci al mondo?
Vero anche che la solitudine, quella cercata, è necessaria per riflettere e per ritrovarsi.
La felicità che si prova in un dolore è un'esperienza nuovissima per me.
Fare i conti con i tasselli che scopriamo di noi stessi è faticoso ma, come dico sempre, è un dolore con vettore positivo; sappiamo che lo stiamo facendo per noi perché ci stiamo dedicando del tempo.
E' emozionante, non trovate?
Una ferita narcisistica
Non ha fatto male a me ma a quella parte di me che si piace
Del resto non avrei reagito con così tanto dolore se non fosse stato per me
Siamo egoisti, cattivi ma anche meravigliosamente belli e sensibili.
Siamo molte cose e le scopriamo vivendo e non sopravvivendo e quindi senza fare da soli"
di Nunzia Barrai da Riflessioni in un barattolo

domenica 26 agosto 2012

La notte

Adoro le città di notte, non è vero che sono silenziose...
Ogni rumore di vita viene alla luce.
Il russare dell'uomo del piano di sopra,
il godimento di una donna mentre fa l'amore,
il pianto di un bambino svegliato da un brutto sogno e la ninna nanna cantata dalla sua mamma,
i cani che si parlano in lontananza,
una finestra che si chiude,
una luce che si spegne.
I sogni... sarà questo il rumore che fanno?
Adagerei la mia malinconia su questo guanciale, chiuderei gli occhi provando a sospendere il pensiero e i ricordi che scorrono sempre veloci perché c'è vita.
Ogni certezza vien meno quando ci si relaziona al mondo. Ogni persona, ogni singolo contatto ci regala delle sensazioni.
Tasselli, siamo tanti tasselli che si compongono e ci compongono.
Vorrei imparare a vivere meglio.
E' un "tendere verso". Me lo ripeto da tempo.
Ho bisogno di dedicarmi del tempo, di dedicarmi la mia vita.

Le pagine del diario

"Apostroferei questo momento in mille modi diversi eppure adesso non me ne viene in mente nessuno." Si aggirava nervosa e silenziosa. Aveva un nodo in gola continuo. Piangeva, sì mentre tutto intorno continuava inesorabile, lei piangeva. Grandi occhiali che nascondono uno sguardo che guarda verso un infinito finito tra le sue mani ancor prima che potesse viverselo.
Provai a dirle che l'importanza di un'esperienza nella vita la denotano il numero di pagine del proprio diario.
E poi se ti dicessi: "sintetizza" quanto posto occuperebbe? Non valgono gli aggettivi che racchiudono ma i racconti che descrivono. Allora? Provai ad esortarla, utilizzai un tono forte. Attesi nel suo silenzio e poi mi rispose che non ne era valsa la pena e che forse quelle erano lacrime di gioia per le emozioni che sarebbero venute; per il futuro. L'abbracciai. Sapevo che in quel momento aveva bisogno di raccontarsi quello ma nei suoi occhi scorrevano le immagini dei ricordi. Si appellava a quella teoria per la quale se sei felice non hai il modo o il tempo di scrivere. La mia teoria era pronta a cadere ma non in quel momento. Sfruttai l'indolenzimento del suo dolore. Mi credette o finse di credermi. Mi guardò sorridente; sapeva che sarebbe ripartita da lì ricordando a se stessa che non si era mai del tutto fermata.
da Racconti in bianco e nero Airoldo Fortuna