lunedì 23 maggio 2016

Sveglia!





Le cose migliori accadono per caso e accadono solo - e solo se - si vive davvero, e se si vive davvero allora ogni cosa che accade la osserviamo ed è spunto per riflettere.
A lungo.
Fosse anche un solo istante, quell'istante l'abbiamo impiegato con i nostri pensieri e va onorato.
I pensieri vanno ascoltati e onorati, sì!
Complice un sonno riposante, oggi mi sono alzata molto prima che suonasse la mia solita sveglia ma ho dimenticato di disattivarla e così alle 7:15 puntuale, lei ha suonato.
Ho spento il suono carezzando lo schermo verso destra e l'ho automaticamente impostata per la stessa ora di domani.
Tutti i nuovi cellulari ci informano quante ore passeranno da quel momento a quello richiesto, ho letto 23 ore e 55 minuti a partire da adesso.
Adesso!
Ho letto il tempo.
Avevo solo 23 ore e 55 minuti per realizzare la mia vita di oggi e mi sono resa conto essere pochissime per rimandare ogni singolo istante.
Leggere "adesso" in quel singolo istante è come aver letto un "pronti, partenza, adesso!".
E adesso sia!

Gioia



martedì 2 febbraio 2016

I ricordi



Si accavallavano nella mente i ricordi di un tempo lontano.
Erano finiti in un cassetto.
Niente polvere.
Al sicuro eppure al buio, chiusi.
Decisi di dargli respiro seppur ne toglievano a me.
I ricordi a volte fanno brutti scherzi. Arrivano leggeri e opachi, come un vento di nebbia e ti costringono alla dedica di un tempo: per poterli guardare vividi e lucidi: chiari!
Ti trovi al loro interno e ci arrivi con quell'andare circolare che è di una spirale che scende, come se al centro della stessa ci fosse un peso a tirarla giù.
Dove ha avuto inizio? Difficile capirlo e difficile risalire.
Per fuggire o per ritornare nel presente.
Credi non ci sia differenza?
Quel giorno decisi di restarci, di restarci a lungo e dimenticai di vivere il presente.

di Nunzia Barrai da Viaggi di Notte ed LaBe

domenica 18 ottobre 2015

Photoplay: giocare con le foto per conoscersi


Le fotografie sono i nostri “fermo immagine”. Fissano i luoghi, azioni, persone, animali, momenti di vita, odori, dettagli… sono i nostri ricordi “nero su bianco”.
Alcune fotografie ci stanno a cuore, altre le detestiamo, ci attraggono senza un apparente e chiara ragione eppure godono tutte dello stesso diritto: essere conservate.

Una scatola, un cassetto, una busta, mischiate o divise per periodi.

Ti chiedo di portare con te 7 FOTO SIGNIFICATIVE in formato cartaceo (anche su carta semplice).

Deciderai liberamente quali.
Basta solo che il numero sia 7 né più né meno; il 7 rappresenta l’Azione nel Mondo e su noi stessi.
IL TUO VIAGGIO INIZIA QUI.

Come vedi la tua vita in questo momento?

In quale direzione stai andando?
Lo capiremo attraverso le fotografie scelte, insieme.
Costruiremo una foto del presente, una foto del passato, una foto del futuro.
Porterai con te un nuovo album.

PROSSIMO LABORATORIO

21-22 Novembre 10-13|15-18
FOGGIA

posti limitati
https://psicoplay.wordpress.com/2015/10/18/photoplay-giocare-con-le-foto-per-conoscersi/

mercoledì 8 aprile 2015

Dove si nasconde il vento?



Si domandava: dove si nasconde il vento quando non soffia?
Aveva poco più di tre anni, forse quattro.
Sì, quattro ma abitava il corpo di una donna.
Difficile attraverso una voce impostata fare domande simili.
Immaginate: "dove si nasconde il vento quando non soffia?"
No, culturalmente non va bene.
Una bambina, aveva poco più di tre anni, o forse quattro. Quattro, sì.
Dove si nasconde il vento quando non soffia?
Sotto le case, in quei ripostigli pieni di roba dimenticata. Il vento si nasconde lì e quando soffia, sono i ricordi che ci ricordano di ricordare che ci sono.
Carezzano e schiaffeggiano.
Ecco dove si nasconde il vento quando non soffia.
Aveva poco più di tre anni, o forse quattro. Quattro, sì.

da Favole adulte di Nunzia Barrai Edizioni LaBe

lunedì 9 febbraio 2015

Si ordina fuori ciò che è in disordine altrove



Vorrei ringraziare il tuo passato e far amicizia con il tuo futuro e godere, vivere, fino in fondo il tuo presente.
Il tuo passato ti porta qui, da me, oggi.
Lo avresti mai pensato? Io lo trovo meraviglioso. Mi commuove.

Lei continuava a guardarlo ma esitava con lo sguardo, aveva paura che gli occhi avrebbero ingannato le sue parole e viceversa, un colpo di tosse per schiarire tutto e per distrarre lui dal brusio della sua mente.
Era lì, è vero ma avrebbe preferito essere altrove.
Non è che era infelice, sia chiaro; era felice dopo esser stata triste.
Ecco, se avesse potuto esprimere un desiderio, avrebbe chiesto di tornare proprio in quel passato.
Non era in quel presente per trasformazione e crescita ma era in quel presente per la scelta di qualcun altro. Quel passato aveva preso una piega diversa da quella immaginata, sperata, sognata e anche vissuta, a lungo. Tanti anni.
Era ancora lì. Si dava una possibilità di sopravvivenza e non un'altra occasione di vita.

Lui lo sentiva, era una crudele ironia la sua.
Lo ripeteva a lei sperando di ascoltare la verità e lo ripeteva a se stesso sperando di trovare il coraggio per andar via.
Sapeva di non essere stato scelto e continuava ad essere felice per averla scelta.
Quella commozione che raccontava era vera. La finzione non era nel significato del messaggio per sé, la finzione era nel significato del messaggio per lei.

Aveva visto una sua foto di quel passato e aveva immaginato il prima e il dopo.
Ne aveva preso le distanze, sentendosi una voce narrante. Alta, poetica.
Aveva tra le mani un testo meraviglioso. Il finale non era mai stato scritto.

da "Racconti di vetro" Nunzia Barrai - Airoldo Fortuna Ed LaBe

martedì 25 novembre 2014

Ci sono storie che non si possono raccontare

                                                       

"Ci sono storie che non si possono raccontare. Ci sono storie che non si possono raccontare ma ne hanno bisogno".
Mi disse questo guardandomi negli occhi mentre i suoi erano lucidi e pieni di lacrime. Abbozzò un sorriso rassicurante. Era in pena per me, per il dolore che avrei provato nell'ascoltarla.
Le presi la mano che teneva sul tavolino del nostro bar preferito: quello che nei muri conservava tutte le nostre confidenze.
Non sapevo di cosa avrebbe parlato. Era il nostro primo incontro dopo un suo lungo viaggio. Si era trasferita in un'altra città, in un'altra nazione, in un altro continente e questo ritorno era inaspettato.
Quelle stesse mura avevano accolto, con me, tutto il suo entusiasmo legato a quella partenza.
Ci siamo scritte tutti i giorni e chiamate appena potevamo.
Questo all'inizio, poi con il trottare degli impegni quotidiani ci "limitavamo" ad un "ti voglio bene" e ad un "dimmi che va tutto bene" per rassicurarci, per ricordarci che dall'altra parte del mondo c'era chi ci amava e voleva il nostro bene.
Solo quando iniziò il suo racconto, mi resi conto che i miei "dimmi che stai bene" erano una trappola comunicativa, un modo egoista per essere rassicurata, per non voler ascoltare altro che belle notizie.
Ci conoscevamo. Conoscevo bene i suoi occhi. Conoscevo la sua anima. Sapeva che non poteva mentire e non voleva farlo perché ne aveva bisogno e ne avevo anch'io.
Continuavo a tenere la sua mano mentre tremava e le lacrime scendevano da sole.
Attesi, guardandola negli occhi e ritmando il mio respiro per rassicurarla, che la sua bocca fosse pronta a dire.
Quando le parole abbandonano la bocca i pensieri prendono forma; hanno consistenza.
"Non so come sia stato possibile ma è successo a me. Non so come ho permesso che accadesse ma è successo a me. Solo dopo aver trovato la forza di guardarmi allo specchio, di guardarmi negli occhi, ho capito che le violenze ripetute che ho subito erano tali. Solo quando ho avuto il coraggio di guardarmi negli occhi ho rivisto la mia anima e quella che sono sempre stata, quella che avrei voluto diventare".
Non chiesi nulla e non sapevo cosa dire.
Mi alzai e la tenni tra le mie braccia.
La tenni a lungo così e versammo tutte le lacrime che il nostro corpo conteneva. Le sussurrai un "ci sono" e il suo "sì" era pieno di sollievo e dolore.
Mi consegnò una lettera e asciugandosi le lacrime, con uno dei suoi speciali fazzoletti in cotone ripiegati a triangolo e con disegni fatti da lei, mi disse: "come vedi non riesco a parlare, ma ho bisogno che tu sappia. Ho bisogno di ripartire. Ho bisogno di te".
Guardò l'orologio, mi salutò e andò via.
Seguii il suo corpo e la sua ombra fino a che svanirono oltre la porta.
La lettera era chiusa in una busta e al posto del mittente c'era un "io" e al posto del destinatario un "per me".
Dopo tanti anni ancora io e lei.
La strinsi nella mano sinistra. Posai le mie cose in borsa, pagai la tisana e andai via anch'io.
Per tutta la strada che percorsi per raggiungere casa, ebbi la sensazione di aver qualcosa di vivo, nella mia borsa, che doveva respirare, prendere aria e il mio passo fu così veloce che, nonostante il gelo, arrivai a casa sudata.

Tolsi la borsa che non lancia come mio solito sul divano ma posai con delicatezza e aprii la cerniera.
Tolsi la giacca e iniziai a leggere quella lettera adesso liberata dalla busta.
"Sono partita ed ero felice. Ora eccomi di ritorno con un dolore talmente grande da non riuscire più a respirare senza dovermi tenere lo stomaco con il pollice della mano destra. Come se bastasse lui a prendere e alzare quel dolore che trattiene i respiri.
Sono stata felice, come ti ho detto senza mentirti, solo durante le prime settimane, poi ho scoperto l'inferno che è assai diverso da quello che descrivono. Né fuoco, né fiamme, né calore ma bianco come il vuoto e le mura di quella casa. 
Ho subito una ripetuta violenza psichica atta ad annullarmi.
Né ferite, né lividi, né ospedali, né denunce possibili perché l'anima non è un organo e non ha voce per essere ascoltata e perché qualcuno possa crederci ed io non sarei stata neanche in grado di spiegare. Erano come lame affilatissime, sottili e nascoste, come quelle sfumature di colori strani che solo facendoli vedere l'altro capisce di che si stratta. Come potevo prendere l'anima e il suo sangue e fartelo vedere? Non ci credevo nemmeno io. Avevano smesso di essere lame ed erano diventate normalità. Era sbagliato ogni mio pensiero e ogni mia azione anche quando erano ripetizione di ciò che avrebbe voluto. Era sbagliata ogni cosa. Il mio corpo, il mio pensiero, i miei sentimenti. Ho provato a capire chi volesse al suo fianco per poter recitare il miglior personaggio possibile e la miglior interpretazione che io abbia mai portato a teatro. Ho firmato la mia condanna a morte: non sapevo più chi fossi davvero; avevo consegnato tutto e detto, così facendo, che quel ruolo poteva ricevere indicazioni registiche continue. Senza fine.
Avevo consegnato le chiavi di tutta me stessa.
Ero insicura su tutto, non sapevo più come si sistemava un letto, io che amo fare gli angoli e me ne ricordo solo ora mentre ti scrivo e piango perché a fatica sto recuperando ciò che ero e i ricordi mi aiutano; non sapevo più cucinare, avevo paura di sbagliare le dosi, non ricordavo più le procedure, io che avevo ricevuto apprezzamenti per la mia cucina anche da uno chef stellato; non sapevo più esprimermi perché quando provavo a parlare non era mai chiaro ciò che volessi dire e non ero più in grado di recitare, di farlo a teatro.
Ecco Ele, quando ha toccato il Teatro ho iniziato ad avere paura perché questa, come sai bene, è sempre stata la mia unica forza, perché su quelle travi ho sempre sentito di poter godere del mondo e di me stessa nel mondo.
Non ero più io perché non sapevo più cosa significava esserlo.
In questi mesi ho rifiutato molti lavori perché non mi sentivo all'altezza di nessuno di questi.
Un giorno, per caso, mi è tornato tra le mani un copione tra quelli che avevo in casa. Era l'unico che sulla copertina aveva un disegno che accompagnava un titolo che mi ha incuriosita "Anemos e Soma".
L'ho letto, parlava di me, di quello che stavo vivendo. Mentre le battute correvano, mi muovevo nella stanza e piegavo le mie cose, le mettevo in valigia e finito il testo ero pronta per andar via.
Questo spettacolo parla della violenza psicologica che lascia segni indelebili che non vedrà mai nessuno. Ho deciso di ripartire perché vicino allo specchio ho visto il nostro portafoto. E' stato un tuffo nei miei ricordi e in ciò che sono. Ho sorriso e ho immortalato questo sorriso guardandomi allo specchio. Non sorridevo da tempo. 
Riparto da qui, riparto ancora una volta con te che farai da regia a questo spettacolo. 
Lo farai, vero?
Tua Ele"
Non ricordo ancora chi ero e cosa volevo essere, recupero tutto giorno dopo giorno per capire chi sono.
Il mio incontro in un sogno, la mia lettera, il teatro, il mio spettacolo, scritto da me.
Ci sono storie che non si possono raccontare ma ne hanno bisogno.
da "storie allo specchio" di Nunzia Barrai e Airoldo Fortuna


25 Novembre 2014
Contro OGNI forma di VIOLENZA

venerdì 24 ottobre 2014

La canzone d'Amore da vivere

«La più bella canzone d'amore mai scritta?
Lo chiese a me ed io restai ferma, iniziai a pensare prima perché lo avesse chiesto proprio a me e poi a tutte le canzoni che conoscevo. 
Erano tante e le passavo in rassegna nella memoria. 
Tante parole bellissime ma mai nessuna che mi facesse fermare per esclamare il mio "eccola!". 
Solo dopo il lungo andare della memoria, capii che non l' avrei mai trovata.
E no. No, perché la canzone d' Amore più bella, non era mai stata scritta perché tutte contenevano parole bellissime ed io, in quel momento della mia vita credevo, e lo credo ancora, che l' Amore sia la somma delle azioni che contengono ogni bella parola e che le parole, senza azione, hanno a che fare con il vuoto. 
Capii anche perché lo chiese a me, perché io l' amavo azione dopo azione.» 
da " Prima dei viaggi di notte" ‪ di Nunzia Barrai‬

giovedì 31 luglio 2014

se ti dico felicità cosa mi dici?

il mio racconto, le risposte di chi ha risposto a questa mia domanda, le mie emozioni

http://www.odysseo.it/se-ti-dico-felicita-cosa-mi-dici/

giovedì 17 luglio 2014

La misura, per fortuna, non è colma



So che posso provare un amore grande. 
Quando ho sentito tutto quell'amore ho capito che era dentro di me e che ero capace di provarlo perché ero capace di contenerlo, vederlo, viverlo. Era mio.
Non so come spiegarlo.
Il fatto è che dopo tanto tempo ho capito che non dipendeva da chi incontravo o almeno non solo da loro.
Se uno possiede cinque chili di farina produrrà, più o meno, cinque chili di pane grazie al lievito che è il dono che ci fa l'altro quando riusciamo a vederlo davvero per quello che è.
Pensavo che la mia misura potesse contenere solo cinque chili di farina e invece ne contiene molti molti di più.
So che posso provare un amore grande; so che posso provare un amore ancor più grande.
La misura non è rigida, se riscaldata si dilata.

da Misurarsi di Nunzia Barrai

mercoledì 28 maggio 2014

I sei personaggi ne "La prima cena"

                             

E se la domanda fosse cosa immagini essere il mondo del teatro, la risposta non avrebbe nulla a che fare con l' immaginazione ma con l'incontro.
Questo, esattamente questo, è ciò che è stato.
Ho incontrato il teatro in scena; ho incontrato il Teatrino dei Fondi.
La prima cena, testo di Michele Santeramo, regia di Michele Sinisi e sei persone, sei anime, sei attori.
Il teatro arriva in platea. Una scelta coraggiosa e assoluta. Lo spazio per gli attori è ridotto all'osso ed è come stare lì. Finalmente sono in palcoscenico. Un unico spazio per tutti.
Un unico spazio fisico ed emotivo come magistralmente riescono le parole di Santeramo che la Dimaggio, a ragione, definisce partitura.
Sono sei personaggi specifici e per questo universali. Ne riconosci le caratteristiche diverse e ti riconosci.
Sei monadi costrette nella condivisione di uno spazio interno ed esterno e ciò che sarebbe potuto essere e la bugia della luna ad illuminare. Bolle di sapone che durano un istante e si dissolvono nel nulla lasciandone il ricordo.
Tre fratelli, i loro coniugi, l'esperienza familiare che modifica e forma inesorabilmente e poi un lutto, quello del padre, li porta nella casa natale per l'eredità da dividersi. Uno spazio, come detto, ridotto nella costrizione della condivisione e nei gesti controllati. Il rimando alla guerra, ai tumulti dell'anima, alle parole che non comunicano e agli oggetti - i soldi - come unico dato rilevante. L' assenza della catarsi in scena e in platea che costringe a riflettere e a cercare altrove per ricominciare nel mondo con colori nuovi.
Una regia attenta e capillare. Uno stare in  scena profondo e contenuto.
Gli attori erano i personaggi, personaggi con autore, finalmente!
   Questa esperienza, questo  molteplice connubio nasce dal lavoro condiviso di due residenze teatrali (Teatrino dei Fondi - Teatro Minimo) e un testo inedito.

Officina S. Domenico (Andria), pomeriggio assolato è qui che creiamo il nostro scambio.
Un cerchio, metafora degli abbracci che saranno, e i racconti. Uno alla volta, ognuno con il proprio linguaggio emotivo e con il suo  mondo. 
Un ascolto, il mio, commosso e partecipato.
Chi sono le persone, quali personaggi vestono nella vita? Sono legata alle maschere come scelte e non coperture. Le maschere, come anticamente è stato, amplificano la voce e l'anima: questa è la personalità, di tante di esse siamo composti.
Mi ha, sin da subito, incuriosito il lavoro sugli attori fatto da Michele Sinisi.
La partenza con dei provini (veri e a quanto pare ormai rari) e il toccare le doghe del teatro senza memoria. Senza la memoria del testo e senza la memoria di sé attingendo da se stessi. Essere puri trovando nelle parole l'occasione, il mettersi a servizio, il perdere.
Gli ho chiesto questo e anche ciò che resta.
Vado con ordine sperando di dar giusto respiro.

Anna Dimaggio
nella preparazione è stata chiesta aderenza al testo, ad un testo detto e non recitato. Un isolamento in scena di micromondi. La difficoltà? Annullarsi, essere al servizio delle parole. Lavorare in sottrazione. Tenere a bada l' ego dell'attore. Cosa resta? Mi chiedo se ci sono riuscita. Ti si chiede di diventare invisibile pur essendo presente. Dalla storia resta la crudeltà del momento che viviamo. L' invividualismo.
Anna ha, nelle tante esperienze fatte, l'incontro assoluto con il Maestro Orazio Costa e il suo metodo.
Ha oggi uno sguardo diverso, un punto nuovo dal quale guardare il teatro ed è così che annuncia che questo è il suo ultimo lavoro da attrice, proseguirà ancora nella regia e nella cura della Titivillus Edizioni.

Matias Endrek
il Teatro Minimo è una filosofia di lavoro. Matias è argentino e tiene a sottolineare che in Italia il teatro è un teatro di regia. Quello di Sinisi e Santeramo è un teatro d'attore. Il teatro parte dall'attore.
Dal testo, questo testo, è difficile scappare e allora bisogna arrendersi al teatro e alla scena e lasciarsi andare. è come uno scivolo. Difficile è salirci ma una volta che sei su...
"L' uccello vola perché non pensa, se pensasse non volerebbe".
Il teatro è stare nel presente. Tutto, come nella vita, è a disposizione, basta saper guardare.
In questo lavoro ho inserito le mie esperienze personali. Ho offerto, regalato alla scena, al testo, alla regia.
Non ho mai scelto di fare l'attore, ho scelto un percorso di consapevolezza di me stesso attraverso il teatro.

Mauro Barbiero
"L'uomo dovrebbe fare della propria vita un'opera d'arte". Parte da d'Annunzio, parte da adolescente per cercare e scegliere nuove sfide.
Questo lavoro gli resta addosso. Qui non c'è spazio per l'interpretazione, o ci sei al cento per cento o non funziona e le battute vanno buttate in maniera spensierata. Devono esserci. Sono quelle risposte e quelle affermazioni che danno voce allo stato emotivo del personaggio. Un lavoro sul corpo importante. Un lavoro nella postura e nell'impossibilità del movimento.

Silvia Rubes
Mi chiedo subito come sia stato possibile. Come sia stato possibile che un' Artista, lei, abbia deciso, così, senza chiedere il "permesso" di andar via dalle scene per un po'. Da spettatrice l'ho ringraziata per essere tornata e nelle lacrime che conservavo in gola c'era un "non farlo mai più, ti prego".
Ricomincia da questo lavoro, dall'emozione del provino e dal lavoro sul testo. Non le si chiedeva di scolpire ma le si chiedeva un ritratto. Doveva imparare a disegnare per rimanere in uno stato, in un tipo di presenza a servizio di un'emozione statica.
L'inizio è stato difficile.
Resta il processo, e il gruppo che dice " ci mette di fronte a noi stessi, con calma".

Silvia Benvenuto
Nel ruolo di Flavia, il Sinisi, mi ci ha portata per i capelli. è un personaggio scomodo che ha un disagio che non riesce ad esternare in un'altalena che oscilla tra giudizio e senso di colpa.
In questo lavoro ognuno di noi ha a che fare con se stesso. Il contatto con il vivere, con le proprie fragilità e paure.
Un ritorno in scena, anche il suo, e anche qui mi chiedo come può, chi possiede un' Anima, decidere di tenerla per sé?

Alberto Ierardi 
Questo lavoro è stata un'occasione per misurarmi, per mettermi a disposizione dove i miei interlocutori, gli altri in scena, hanno un'esperienza di vita più complessa della mia. Ho capito che per questo lavoro è fondamentale l'atmosfera.
I temi affrontati sono difficili. è dallo spazio che faccio partire il motore emotivo di costrizione e insofferenza che poi va rigettato in scena.

... e nel gioco delle libere associazioni, per loro il teatro è: luce, vita, casa, amore, libertà, comunità.

Per tutti il gruppo è stato un valore. Questo gruppo è un valore e andrebbe preservato.
Rosa Iacopini, assistente alla regia, ed Enrico Falaschi, direttore di produzione, fanno da collanti ad un mondo che concretizza la mia immaginazione sul teatro.
Un grazie profondo a loro e a quel connubio magico e concreto che sono Michele Sinisi e Michele Santeramo. Il loro, come hanno condiviso i ragazzi, è un teatro che ha la grandiosità di parlare a tutti.
Una partitura perfetta, senza un maestro d'orchestra non rende piacevole il suono di strumenti indispensabili.

"La musica è tra le note" W. Amadeus Mozart 
Gioia Guglielmi

lunedì 14 aprile 2014

Io t'amo

Io t'amo.

Io t'amo
come è profondo l'amore che tocca,
sfiora,
riempie e non invade.

Io t'amo
perché in ogni parola che pronunciano le tue labbra
io vedo mondi nuovi.

Io t'amo
e i tuoi silenzi accompagnano la mia solitudine.

Io t'amo
e mi resta di te solo il ricordo.
Il ricordo di te
che passeggi a passi svelti
nella direzione opposta alla mia.

Ed è notte.

Non dovrei amarti?

Io t'amo
perché questo Amore mi ha ricordato che esisto
e amando te amo
profondamente
la vita che mi abita.

                                                                                                                                                    Gioia G.

domenica 13 aprile 2014

Cronaca di una guerra



Sono stanca dei partiti presi e delle generalizzazioni.
Ieri per caso ho potuto cambiare il mio punto di vista. Ho potuto vedere una manifestazione seguendola da un'altra prospettiva.

Ieri Roma era una città in guerra. Vorrei usare le virgolette ma proprio non ci riesco. Guerra, la lascio così com'è.
Ho visto e avrei voluto urlare.
Avrei voluto abbracciare tutti i poliziotti, ringraziarli e chiedere scusa.
Avrei voluto rassicurarli. Avrei passato ore con loro.

Manifestare i propri diritti è necessario, è un volto della libertà.
Far in modo che tutto vada bene è un dovere di chi ha deciso di indossare una divisa.
L'abuso di potere, qualsiasi abuso di potere è una meschinità umana.

Sono arrabbiata, provo dolore e nausea.

Com'è stato possibile?

Ho percorso, prima dei manifestanti, tutte le strade che avrebbero calpestato e anche quelle che non avrebbero dovuto.

Ho osservato i volti dei poliziotti, ho visto mezzi che non avevo mai visto prima (non ne sentivo la mancanza, avrei voluto poterne fare a meno).

Celeste, celeste e nero.
Nero.

I commercianti hanno chiuso le loro attività:
chi per paura;
chi dopo un consiglio della polizia.

Ho provato ad osservare. Ad osservare e basta ma non nascondo che ero preoccupata e che ciò che vedevo non mi piaceva affatto.

Non un giudizio ma una domanda:
perché tutte quelle forze dell'ordine?

Ho ipotizzato due risposte:
visto i precedenti, devono assicurare che vada tutto bene;
esagerazione e controllo sociale.

Inizia ad arrivare una musica.
Percorro la discesa al contrario.
Il corteo è in arrivo.
Lasciavo alle mie spalle la polizia e andavo incontro ai manifestanti per percorrere un pezzo di strada con loro.
Arrivata in cima, mi sono fermata nel mezzo e immobile sono stata a guardare.
Ero mossa dall'aria di chi mi passava accanto e ho provato a guardare.
Tanti ragazzi, famiglie, immigrati, bambini e adulti.
Un uomo vestito elegante, un cappello e un sigaro in bocca.
L'odore dell'erba fumata e una canna passata tra i ragazzi, le bottiglie di birra come quelle di Coca Cola.
Una voce urlante e una musica rap arrivano da un carro che impera davanti a tutti.
E poi... arance, caschi, bottiglie in vetro, coltelli legati con nastro adesivo alle caviglie, maschere di anonimus e sciarpe girate più e più volte al collo in una giornata di sole.

Una sfilata con tanti volti.
Due ragazzi, mentre camminano lanciano, una a testa, pietre alla polizia che, ferma, immobile, chiude una strada.
I poliziotti erano immobili, fermi e anche lontani.
Stavano chiudendo una strada per contenere il flusso.

Mentre scrivo sento lo stomaco contorcersi e le lacrime bruciano.

Avrei voluto andare lì, guardarli negli occhi e dirgli "grazie" ma sapevo che non potevo, che la comunicazione in quei momenti ha colori scuri e opachi e che io ero fuori da tutto.

Lateralmente.
Ho deciso di percorrere la strada lateralmente perché sentivo che quella, esattamente quella era la mia posizione.
Volevo essere periferica perché, per dichiarare i miei diritti, non ho bisogno di pietre o bottiglie in vetro. Non ho bisogno di una maschera anonima, in plastica, che soffochi il mio essere nel mondo.
Non ho bisogno nemmeno di petardi e bombe carta.

Cercavo di correre, di essere più veloce di loro. Un mare di gente informe. "No, non voglio essere qui. Non con loro. Non così" e provavo a farmi spazio tra la gente.

Bomboletta nera che marchia a fuoco un muro "FREE PALESTINA".

Si fermano tutti per ascoltare un comizio - facciamo tutti, sempre, politica - che inneggia alla lotta, alla battaglia.

Provo a farmi spazio, è claustrofobica quella gente e poi un cordone umano a dividere.
Chiedo di passare, devo raggiungere l'altra riva, mi dicono di no.
Non so bene che sguardo ho ma dico solo un "devo".
Uno dei ragazzi alza un braccio, passo da sotto ed inizio a sentirmi libera.

Sono più spedita perché c'è meno gente. Quando sento che posso respirare ho, avanti ai miei occhi, i poliziotti schierati.
Li guardo ma vorrei abbracciarli.
Mi giro e vedo una carovana arrivare.
E' come essere in una valle ed il flusso di gente, come acqua scende alle pendici.

Fotografi, giornalisti che appuntano qualcosa.

Io sono nel momento.

Mi trattengo per alcuni minuti dietro di loro.
Vorrei proteggerli, vorrei dichiarare, con il corpo la mia posizione.
"Sono con voi, respirate! Spero vada tutto bene ma voi respirate"
Ripeto questo come un mantra.
Ho sempre un po' di magia nel mio pensiero e spero possa arrivare loro tanta energia positiva.
Ad uno di loro si sgancia una cintura, io sono alle sue spalle e vedo le sue mani nude e impacciate per cercare di agganciarla in fretta.

Devo andare perché mi aspettano e attraverso strade semi vuote e a tratti stracolme, strabordanti di un silenzio che non mi piace.

Lascio alle mie spalle uno scenario che di lì a pochi minuti sarà esattamente ciò che i telegiornali hanno trasmesso.

Gioia Guglielmi

martedì 18 marzo 2014

Farfalla bianca

E' passato molto tempo e solo oggi decido di regalare a molti questa che è una storia che mi è molto cara.
Lo faccio in linea con le energie positive che abbiamo il dovere di far circolare. 
Incontrai Leda al Cottolengo durante la mia vacanza premio dopo gli esami di maturità. Fu un viaggio duro, difficile ma pieno e carico di emozioni. L'ho condiviso con la mia Amica di sempre, Francesca. 
Leda era una donna anziana, aveva dei problemi cognitivi legati alla sua vecchiaia e all'abbandono. Nei suoi momenti di lucidità mi canticchiava "Gelida manina" e muoveva le sue mani esattamente come faceva quando le posava sul suo pianoforte. Ogni mattina, quando a Torino c'era il sole, eravamo in giardino ed io passeggiavo con lei, che mi teneva la mano, e giravamo tra le piante fiorite. 
Una mattina, quella mattina, si soffermò a lungo accanto ad una di queste. Era molto alta, aveva fiori bianchi e mentre la guardava con silenzio passò accanto ai nostri volti una farfalla bianca. Mi guardò con i suoi occhi color cielo, mi guardò dentro e poi mi disse: "ricorda, le farfalle bianche sono le anime delle persone care che ormai sono morte, quando le incontri è perché sono venute a salutarti, a farti una carezza. Sono venute a ricordarti che ci sono".
 Asciugò le mie lacrime, mi riprese la mano e andammo verso la porta del suo reparto canticchiando insieme "gelida manina".
Le dissi "grazie" e continuo a dirglielo ogni volta che la incontro in una farfalla bianca. 

martedì 28 gennaio 2014

A servizio. Il mio sguardo su "Il Servitore di due padroni" di Antonio Latella




Il pubblico viene servito da pietanze gustose al palato ma che andrebbero meglio impiattate.
Proviamo ad andare con ordine. Non è mai facile andar con ordine, lo è ancor meno con questo lavoro: Il servitore di due padroni, regia di Antonio Latella. Difficile non nella comprensione ma nell'ordine, appunto.
Un miscuglio di cose e la sensazione di essersi trovati di fronte ad un rigurgito di pensieri, azioni e necessità emotive.
I rigurgiti emotivi sono quelli che prediligo, ma perché diventino "opera teatrale" andrebbero rimaneggiati, rielaborati. Cucinati meglio per essere presentati/abili. 
Provo a fermarmi e a cercar di andare con ordine.
Ordine. Sì, ma quale?
Parto dal mio antefatto.
Ho saputo, come molti di noi, tempo fa di questo lavoro.
Ho ragionato molto sul titolo.
Ho pensato sin da subito che fosse stata una scelta di spendibilità e vendita. Un po' continuo a pensarlo. Continuo ancora a credere che se si fosse utilizzato un "liberamente tratto", o cose simili, sarebbe stato tutto segnato dal momento cioè dallo scambio, che ci si auspica sempre, tra chi vive il palcoscenico e chi abita il proprio (la poltrona).
Ho poi letto le critiche di chi, prima di me, l'ha visto e/o vissuto, l'abbandono costante di una parte del pubblico e mi sono domandata: errore negli spettatori che non hanno apprezzato o errore di chi, mantenendo il titolo originale dell'opera di Goldoni, ha creato facili attese disilluse?
Così facendo, il pubblico affezionato alla lettura di Giorgio Strehler e all'idea acquisita profondamente su Arlecchino, bé è possibile si sia sentito derubato di un ricordo; chi invece arrivava "puro", senza rimandi né associazioni (spesso le nuove generazioni o chi possiede la rara capacità di cercare l'oltre, sempre) ne ha goduto. 
Detto questo dico che a me l'Arlecchino di Latella, interpretato da un eccellente Roberto Latini, è piaciuto molto ed ho trovato goduriosa la scelta del tema delle maschere raccontandone la presenza con l'assenza.
Apice dello spettacolo non è lo smantellamento scenico, ma la direzione della maschera-burattino Latini ad opera del resto della compagnia. Gli altri appaiono sulla scena come registi prima e spettatori poi (autoreferenziali, no?), tenendo in vita il rimando al copione proseguendo così la linea già tracciata durante tutto lo spettacolo: l'utilizzo del telefono come voce fuori campo all'interno dello spazio di scena.
Questo trovo essere il mio punto dal quale parto e verso il quale tendo in relazione al teatro come massima espressione della vita stessa.
Il teatro che si toglie la maschera scimmiottando la presenza della stessa in quel movimento comune, in quel perdersi. Un punto, e non il punto, di vista proposto. 
Interessanti intrecci ma con ipotesi drammaturgiche non abbastanza sviscerate come quell' Arlecchino a volte Federigo che con Beatrice e Florindo paiono, ad intermittenza, in accordo per impossessarsi della dote di Clarice. E poi non se ne sa più nulla. 
E ancora l'ipotesi dell'incesto. Latella in una intervista dichiara che tale incesto è presente nel testo del Goldoni. Continuo a credere esser una interpretazione del regista. Legittima, sia chiaro ma un'interpretazione. Ognuno legge ciò che è scritto partendo dalla propria realtà, dal proprio mondo ed io, leggendolo con il mio, quel passo non lo percepisco affatto come dichiarazione di un incesto:
"Brighella: Siguro che lo conosseva. So stà a Turin tre anni e ho conossudo anca so sorella. Una zovene de spirito, de corazo; la se vestiva da omo, l'andava a cavalo, e lu el giera innamorà de sta so sorella. Oh! chi l'avesse mai dito!"
Brighella dichiara di conoscere Federigo, avendo lavorato a Torino e racconta anche di aver conosciuto sua sorella. Una giovane di spirito, coraggiosa, che si vestiva da uomo e andava a cavallo e suo fratello le voleva molto bene. Quel "e lu el giera innamorà de sta so sorella" mi fa pensare all'amore profondo che lega due fratelli e che quindi, forse, Federigo non apprezzava Florindo perché non lo reputava all'altezza di sua sorella. Gelosia pura, purissima e quindi mortale. 
E chissà quante altre letture, quanti altri sguardi diversi.
Mi sono permessa questo piccolo gioco perché ci si ricordi, tutti, che diamo un punto di vista e che non ne esiste uno solo e questo vale tanto per i registi quanto per gli spettatori.
Bastava quel "liberamente tratto", la forza dei nomi di Artisti pieni e il nome di un regista, Latella appunto, tra i più apprezzati non solo in Italia.
Un errore di comunicazione, l'inutilità di un confronto che gli si ritorce contro come il rischio di far perdere, tra le altre, l'emozione prodotta dal monologo struggente di Smeraldina dal proscenio. 
E' come se questo lavoro di Latella rispondesse alla profezia che si auto-adempie cara alla sociologia e alla psicologia.
Si potrebbe riprendere il tiro per impiattare meglio una pietanza gustosa al mio palato.
Siamo tutti al servizio di più padroni; siamo tutti al servizio di due padroni: l'arte e gli spettatori. Basterebbe cangiar le regole contrattuali.

Foto di scena Brunella Giolivo

lunedì 20 gennaio 2014

Occhi negli occhi

Sentiva che i colori della sua fantasia erano diventati opachi e questo le procurava molto dolore. Aveva provato a leggere tanti libri a aveva dimenticato di leggere negli occhi della gente. La bocca racconta storie che gli occhi spesso smentiscono; dalla bocca escono parole che sono nell'aria. Son vere in quel momento, smettono di esserlo nell'istante successivo.
Era stanca di ascoltarle, molto stanca nel pronunciarle.
Aveva scelto, cercato e trovato rifugio nei suoi libri ma poi, quando si accorse di aver imboccato una pericolosa strada chiusa, decise di re-agire.
Prese con se l'ultimo libro che aveva iniziato a leggere e si incamminò per le strade della sua città. Senza meta, com'era sempre stato, per sentirsi libera.
Un giorno aveva appuntato "se l'obiettivo è l'utopia, la finalità può essere a portata di mano", pensava sempre in grande, pensava alla possibilità del cambiamento e alla sua voglia di agire. "Agiamo tutto" era un suo pensiero costante.
Il suo primo giorno a contatto con altri occhi non fu per niente facile. Si sentiva invisibile anche se provava a incontrarli, a regalare sorrisi.
Non ne vogliono, pensò. Pensò anche che si era disabituata a guardar la bellezza.
La cercava lasciando passare, nella sua cecità, tutta la bellezza che quegli occhi avevano a disposizione e serviti lì, con generosità.
Tornò a casa, preparò qualcosa per la cena, mangiò in silenzio e andò a dormire.
Non voleva arrendersi, del resto era solo il primo giorno, eppure era molto tentata.
Messasi a letto iniziò a piangere. Le braccia incrociate, il corpo immobile, il volto bagnato e gli occhi a fissare il soffitto. Molte volte proprio lui era stato il luogo puro sul quale proiettare storie ed immagini che dopo poco avrebbe taciuto con gli occhi e scritto a caratteri scomposti sui fogli che abitavano il suo comodino.
Asciugò le lacrime, tolse opacità ai suoi occhi e iniziò a ricordare tutti quelli che aveva incrociato durante quella lunga passeggiata in città. Non era stata invisibile e gli occhi che aveva incontrato le avevano parlato, come sempre. Ripartì da lì, con lo sguardo rivolto agli occhi che abitano il mondo e i suoi libri che stringeva nelle mani. da "La capacità di ri-partire" di Nunzia Barrai Edizioni LaBe

FOTO: I Volti dell' Alzheimer di Alex Ten Napel

giovedì 28 novembre 2013

Mi manca "Pirandello"


Non significa certo dover ripartire da zero. Quanto detto nella storia che ci ha preceduto è fondamentale ma avrei bisogno di stupore.
"Manicomio! Manicomio!" ancora riecheggia in quel teatro (9 Maggio 1921 Teatro Valle, Roma).
Vorrei accadesse ancora.
Il teatro cerca di scendere in platea ancorato alle travi del palcoscenico e così, come nella vita, si assiste a parole vuote.
Sono una spettatrice in cerca di Arte Teatrale.

Il teatro che scende dal palcoscenico attraverso il teatro.
Una finzione architettata magistralmente che è realtà.
"Sei personaggi in cerca d'autore".

Allo stesso modo che con Gesù mi chiedo: "Nel 1921 -anno della prima di Sei personaggi di Pirandello- da che parte sarei stata?"
E quindi, quanti Pirandello mi sto perdendo? Verso quanti sto urlando il mio "Manicomio! Manicomio!"?
Provo a liberare la mente ogni volta che occupo il mio palcoscenico -la poltrona- e mi metto a disposizione di ciò che sarà.
Vorrei perdermi, trovarmi e vorrei pensare.
Colpa del delegare agli altri? Assenza di responsabilità?
Forse richiesta d'aiuto per trovar profondi stimoli d'astrazione.
Legata al lievito madre del Teatro, la Grecia, non posso non pensare alla catarsi.
Troppo difficile il linguaggio a volte perché arrivi a collegamenti con il vissuto personale; troppo poco abituati a lasciarci andare alle emozioni evocate da quadri e dipinti in movimento; familiarità con la sintesi costruita da altri e semplificazioni di facile digestione. Imboccati.
Catarsi doppia. Catarsi non solo per lo spettatore ma anche per l'attore. Anche per l'attore, non solo!

Mi pongo interrogativi come spettatrice . Vorrei il teatro se ne ponesse per sé e non rispondesse a domande ed esigenze personali ricoprendole con richieste esterne.
Se è necessario che ci si fermi piuttosto che proseguire ad occhi chiusi.
Rispondere ad una domanda mai posta credo sia uno degli atti più invadenti che io conosca.

Non punto il dito contro ma tendo la mano per un potenziale dialogo.
Se nel mondo del teatro gli attori, molti, dimenticano di essere persone, allora cos'è in ballo?

Teatro-maschera-personalità.
Una macchina potente, un mezzo, un'azione che ha la batteria scarica; si illumina di tanto in tanto di una luce che si affievolisce di giorno in giorno e troppo, ormai, è il tempo del buio.

Il contatto con l'emozione profonda è un limite condiviso. Forse, e dico forse, questo potrebbe essere un punto di partenza.
Stiamo troppo poco nel mondo. Non ci sporchiamo le mani e quando lo facciamo corriamo subito a lavarle.

Mi manca Pirandello ma vorrei incontrarne uno nuovo.
Ho l'anima spalancata.
Non cerco qualcosa di definito ma cerco quell'infinito che mi faccia respirare.
Non sono fuori dai giochi, non delego.
Mi sporco le mani e provo a familiarizzare con le Emozioni senza cercare omogeneizzati di storie o input.
Emozioni.
L' Arte è tale se comunica, vero è che se siamo completamente chiusi non riusciamo a far passare nemmeno un sorriso sottile. In entrata e in uscita.

# stegreiftheatre #moreno accadranno cose nuove dando voce a vecchie intuizioni

martedì 26 novembre 2013

Lacrime di gioia


Non ho mai visto un bambino piangere di gioia.
Del resto il pianto, come espressione di una commozione felice, è  di chi ha una maturità emotiva. Troppo rara da trovare, difficile- a volte impossibile- da condividere.
Quanto poco spazio lasciamo, libero, per le emozioni?
Quanto spazio per emozionarci?
Legati al tempo, siamo troppo legati al tempo e tratteniamo tutti, troppo intatto, il concetto di immortalità.
Ci muoviamo come se non dovessimo morire mai e non solo nel rimandare, ma nel progettare.
Agiamo tutto.
Nulla accade per caso perché siamo in grado di agire tutto. Possiamo agire tutto ma abbiamo sempre una fottutissima paura nell'essere felici.
Accettiamo condizioni che demoliscono, a volte con dolorosissima lentezza, il nostro Corpo e la nostra Anima e un passo verso la felicità ci immobilizza.
Più neuroni delle stelle.
Abbiamo più neuroni delle stelle in cielo!
Abbiamo un mondo magico e potente che conserviamo senza renderci conto che, chiudendolo in un cassetto si rovina, perde sostanza, si inaridisce.







https://www.youtube.com/watch?v=EAIt100E4QQ#t=53

domenica 24 novembre 2013

Allora Dio arriverà in fretta

Allora Dio arriverà in fretta.
Lo sussurrava la sua Anima e lo sentiva il suo Corpo.
Non era un delirio, ma se il pensiero era così forte poteva apparire tale a chi non la conosceva.
Ogni suo istante, fino a quel momento, era stato carico di razionalità.
Aveva cambiato il registro.
Continuava a credere che se lui fosse arrivato il tutto sarebbe potuto coincidere con la venuta di Dio.
Quante menzogne ancora doveva raccontare al suo cuore per cercare di far cessare quella gioia profonda che le procurava dolore?
Non ne sapeva l' esistenza e a fatica si ripeteva che forse, forse, sarebbe stato meglio restarne all' oscuro. Quella luce che abbaglia, dopo che gli occhi sono stati al buio, è dolorosa. Sì, ma quanta bellezza avrebbe potuto vedere da quel momento in poi?
Non poteva farne a meno nemmeno il pensiero.
"Restami un po' addosso", questo sperava, che lui avrebbe continuato a far parte della sua Anima e del suo Corpo senza che ci fosse bisogno del ricordo.
Non hai bisogno di ricordare di avere una mano. Non hai bisogno di farlo perché è lì con te. Accade con l'arto fantasma. Sarebbe accaduto lo stesso con lui. 
La sua mano, quella mano che stringeva nuove lenti.
"Allora Dio arriverà in fretta" continuava a sussurrare.
 A lungo.
 A sussurrare a sé.
 da "Su fili di seta" di Nunzia Barrai

giovedì 21 novembre 2013

Bianco

Da giorni, ogni giorno, è lo stesso giorno.
Bianco.
Forza.
Purezza.
Lo spazio nel quale poter scrivere ancora.
Contrasti facili e apparenti che non fanno più paura. 
Fino a quel giorno, che è lo stesso giorno e dura da giorni.
Ho preso un foglio e ho iniziato a scrivere. 
Mi son fermata, non sapevo più proseguire perché erano giorni che ci pensavo e quel giorno è durato settimane e poi mesi e poi il silenzio.
Lo spazio bianco che attraverso prima del cambiamento?
No.
Ero certa di aver raggiunto l'altra riva; di essere nel cambiamento.
Bianco.
Abbagliante.
Mi fermo ancora una volta per raccogliere gli oggetti caduti dalla valigia, rimetterli insieme, chiuderla a fatica e ripartire.
Perché le valigie quando le scomponi, pur senza aggiungere nulla di nuovo, sono impossibili da ricomporre?
Bianco, è.
Tutto ancora da scrivere.
In potenza.
Impotenza.
 da "Spazi finiti" di Nunzia Barrai

venerdì 15 novembre 2013

Il teatro ha bisogno del sipario

Dieci metri di broccato rosso.
Dieci metri di broccato rosso a proteggere quello che c'è dietro. A proteggere senza la necessità di far vedere tutto e subito.
Dieci metri di broccato rosso per far spaziare la fantasia di chi siede sul proprio palcoscenico, sulla propria poltrona.
Un titolo, magari il nome del regista e degli attori e poi l'attesa di vedere cosa c'è dall'altra parte.
Astrazione dalla realtà e contatto con il proprio mondo attraverso immagini costruite da altri ma che arrivano a noi secondo quello che ci abita.
Dieci metri di broccato rosso indispensabili a segnare quella iniziale linea di demarcazione per capire chi siamo e vedere chi abbiamo difronte a noi.
Dieci metri di broccato rosso che ricordano l'inizio di un gioco.
Sono gli stessi metri di broccato rosso che fanno da metafora alla vita intera, alla vita quando entra in relazione con un'altra vita perché abitiamo il nostro universo, a volte senza conoscerlo abbastanza, e un giorno decidiamo di condividere.
Dieci metri di broccato rosso.
Dieci metri.
Ne bastano solo dieci.
Che il sipario si apra e la vita abbia inizio.
Ogni giorno.